Ironia e quotidianità: 35 morti di Sergio Álvarez

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«Yo no quiero que me hablen de penas ni sentimientos, / Yo quiero vivir mi vida alegre, feliz, contento…» A la memoria del muerto, Gilberto Méndez

Non sapevo dell’esistenza di Sergio Álvarez, finché non ha iniziato a parlarmi di morte. Non essendo appassionata di letteratura latinoamericana l’ho incontrato quasi per caso, fra le recensioni librarie di Internazionale.

E ho registrato l’appunto. Io 35 morti volevo comprarlo, leggerlo, recensirlo. Ma non sapevo che sarei andata anche un po’ oltre, incontrando l’autore in una Cremona afosa e assolata, in occasione del festival “Le corde dell’anima”.

Álvarez l’ho conosciuto a metà libro, quando mi era già chiaro quanto fosse disperante la condizione del protagonista – il suo anonimato sta a rappresentare il popolo colombiano in generale – avviluppato in una serie di vicende nere, di lutti, di amori frantumati, di abbandoni, di narcotraffico, di sesso sudato. Che un po’ sono anche la «serie di tragedie, ingiustizie e improvvisazioni che è la storia della Colombia».

35 morti, in fondo, il suo pessimismo lo dichiara fin dal titolo: 35 fini tragiche che scandiscono una vicenda lunga 35 anni, dal 1965 alle soglie del 2000. Il teatro è Bogotà, ma anche la Colombia rurale, dove un bambino nasce e con la morte ci convive da subito. «Mio papà diceva che una morte al momento opportuno dava respiro alla vita; tuttavia, la morte di mia mamma non solo mise fine alle sue velleità da filosofo della domenica, ma lo lasciò anche senza forze per continuare a vivere». Quindi sono sua madre, suo padre, Cristinita, il Pollo, Memo e molti altri ancora a perdersi, lasciandolo ogni volta un po’ più privo di risorse, di rapporti, di radicamento nel mondo.

Per questo mi sorprende un po’ trovarmi di fronte all’autore di queste pagine, un uomo dal sorriso aperto, l’occhio ironico e luccicante, l’affabulare che alterna con grazia i toni più seri allo scherzo. Un uomo che ama moltissimo la musica, anche, al punto da aver concepito il proprio lavoro non tanto come un libro intervallato dai i tradizionali capitoli, quanto come un’opera cantata, un lungo disco scandito dai versi delle canzoni della sua terra. Molti dedicati alla vita, molti all’amore, molti alla morte… «Il fatto che la nostra tradizione culturale è prevalentemente orale,» mi dice «fa sì che la nostra memoria sia profondamente radicata nella musica. La musica è lo spazio dove il mio popolo, per tradizione, ha creato la propria identità».

Se il libro racconta vicende che si sviluppano in un periodo di tempo relativamente lungo, lunghissima è stata la sua gestazione: 10 anni in tutto, spesi in un lavoro di documentazione meticoloso, trascorso «ad ascoltare le persone, a raccogliere le loro vicende, i loro problemi, a viaggiare per il paese». Quello che mi interessava maggiormente, però, era capire il perché di un tema così pervasivo come la morte e di come sia possibile leggerlo, anche, attraverso una componente importantissima qual è l’ironia. «È la nostra stessa storia che, a partire dalla mattanza degli indigeni è incentrata sulla morte. Prima la conquista, poi la religione… In Colombia la costruzione dello stato avviene attraverso la morte: la nostra storia è quella di simili che ammazzano i propri simili. Però, è proprio quando sei intossicato da una realtà orribile che ti costringi a uscirne ridendone, quasi a prenderti gioco della morte… Questa è la mia, la nostra chiave di lettura, una reazione normale di fronte a un evento quotidiano, a un qualcosa che è parte integrante del sistema e che è presente ovunque, a ogni angolo di strada. Al tempo stesso, il senso di precarietà è tanto presente, che la reazione è anche quella di vivere intensamente ogni passione, ogni amore, in un continuo cogliere l’attimo. Eppure, rispetto a quel che veramente accade nella mia terra questo libro suona addirittura come un qualcosa di delicato».

Quello di Álvarez è un testo a tratti difficile, non tanto per il linguaggio che è, vivo, denso, popolare, calato nella vita di strada, quanto per una trama che, proprio come la vita, non segue un percorso lineare, ma abbandona i personaggi per poi ritrovarli – e nel frattempo di alcuni di essi me n’ero già dimenticata. Un libro che consiglio, tanto più su queste pagine, perché stabilisce nessi che non sono scontati. E soprattutto perché è un lavoro coraggioso, e bellissimo.

Sergio Álvarez, 35 morti, La nuova frontiera, 400 pagine/Traduzione dallo spagnolo di Elisa Tramontin

di

Silvia Ceriani

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