La mia Istanbul, tra grazia e passioni

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Sono a Istanbul nei giorni dei disordini. O, meglio, dei tentativi di stabilire un nuovo ordine, che sia più rispettoso dei diritti dei cittadini, dell’amore per la natura, per i pochi alberi che ancora resistono a un’espansione edilizia senza sosta e senza quartiere. Sono a Istanbul per lavoro, ma poi anche per iniziare ad annusare una città che affascina solo a pronunciarne il nome. “Istanbul” ha la magia dentro di sé.

Eppure, Istanbul in questi giorni sa anche di fumo. E non è solo quello del pesce che abbrustolisce sulle griglie del ponte di Galata. Il fumo che respiro è denso, è tossico, è quello dei lacrimogeni sparati dalla polizia a illuminare la notte turca e a disperderla in fuga. La notte in cui tutto accade è sabato 15. Con alcuni miei colleghi non abbiamo un posto al ristorante riservato dagli altri. Ne seguiamo uno, fintamente sicuro di sé: «Quel kebab è a due passi di qui…». Inizio a pensare che sia nel pieno di piazza Taksim. Decidiamo di tornare sui nostri passi e fermarci prima, in un ristorante su Istiklal Avenue che ci nega il conforto di una birra.

Ma io un altro conforto lo trovo guardando di sotto, dal terrazzo. Perché se da una parte c’è la strada gremita, e agitata, di folla, dall’altra si vedono le colonnette del cimitero dervisho. L’affaccio, infatti, dà sul Monastero dei mevlevi, ordine mistico sufi (uh, quanto amerebbe questa definizione il signor Battiato!) fiorito durante l’impero ottomano e bandito nei primi anni della repubblica. Il giardino è malcurato, dicono, ma io non me ne accorgo né quella sera, per via del buio, né giorni dopo quando ci passo, e vedo un luogo non tanto abbandonato dall’uomo, quanto popolato dai gatti, che come guardiani stanchi osservano con l’occhio a mezz’asta. Il cimitero è bellissimo. Ha la grazia delle colonne intarsiate e l’efficacia dei simboli: le pietre in cima alle colonne – leggo – rappresentano la forma del copricapo portato in vita dal defunto. E a me tutto questo sembra bellissimo.

Poi siamo improvvisamente dispersi. La furia del caricamento arriva fin sotto il ristorante e il centro dell’attenzione torna a essere Istiklal, con gente in fuga e la polizia al seguito, prepotente e violenta. La riunione finisce domenica, quando mi sposto a Sultan Hamet  e mi sembra di aver cambiato quartiere, ma anche città, o forse mondo. Alla televisione intravedo la folla che partecipa alla manifestazione pro Erdoğan, un milione, o almeno pare, a dar sostegno alle sue politiche aggressive. Ma per il resto questa Turchia sembra gridare: «Benvenuto al villaggio vacanze! Vuoi una guida per Agya Sophia? Vuoi comprare un tappeto? Vuoi, vuoi, vuoi?».

No. Io voglio trovare un riparo da questa folla di commercianti che non sostiene le rivendicazioni di chi non si sente rappresentato da un governo che punta allo sviluppo senza limiti. Io un po’ del verde per cui tanti giovani si stanno battendo a piazza Taksim lo voglio trovare. E lo trovo. Basta prendere un battello dal centro città (fermata Eminonu) diretto al Corno d’oro (fermata Eyüp). Il quartiere è famoso perché legato al nome di Pierre Loti, ufficiale, romanziere e gattaro che proprio in cima a questo colle contemplava i giochi di luce del Corno e assisteva all’incipiente sviluppo urbano. Su quella cima del colle a Pierre Loti è dedicato un Café, intasato di locali e turisti.

Ma, per arrivarci, alla funivia preferisco le mie gambe e l’autonomia ascensionale. Ed eccolo, meraviglioso, un altro cimitero. Scritte arabe si alternano sulle lapidi all’alfabeto latino promosso negli anni Venti dello scorso secolo da Mustafa Kemal Atatürk, che ristabilì l’unità e l’indipendenza della Turchia dando vita a una serie di riforme sulla base di un’ideologia di chiaro stampo occidentalista. Queste scritte raccontano molto della storia di un popolo. Ma soprattutto questo luogo racconta che il verde è ancora possibile, che la natura si arrampica fra le lapidi, le avvolge e le protegge. Che tra un gradino e l’altro ci sono piccole radure popolate dai discendenti dei gatti di Loti che pisolano, allattano i cuccioli, guardano indifferenti. Che i fiori che ci crescono sopra sono un omaggio alle anime, ma anche un dono per i nostri occhi, per i nostri polmoni.

Come incantata ci passeggio in mezzo. Lentamente, conquisto la cima, e intanto vedo corvi appollaiati, qualche rara foto, un cuore inciso nel marmo. Istanbul non si sta dando pace, giustamente, ma dà anche un senso enorme di pace. E racconta che il verde è possibile. E che va preservato. Come un fiore che cresce in mezzo ai palazzi.

di

Silvia Ceriani

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