Estinzioni

Oggi le specie devono confrontarsi con moltissimi ostacoli che in passato non esistevano. Fattorie e città, lottizzazioni e interventi di deforestazione, parcheggi e superstrade hanno fatto diminuire la quantità di habitat disponibile e lo hanno spezzettato del tutto“. (da E. Kolbert, “Cronache da una catastrofe”)

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Oggi un’amica ha portato la mia attenzione su un fatto gravissimo, molto diffuso in questi giorni sul web, anche se riporta una notizia che propriamente fresca non è. Il suo link rimandava a uno di quei fatti irreparabili che classifichiamo sotto il nome di “estinzioni” e di cui, troppo spesso, sembra non interessarci un granché. È stato il turno, nel 2011, del rinoceronte nero dell’Africa occidentale, che non sono state le glaciazioni a distruggere, né la scarsità d’acqua o di cibo, né altre condizioni climatiche avverse, ma solo e soltanto l’uomo, quello che si presenta in versione di cacciatore ipertecnologizzato e desideroso (ancora!) di mostrare la propria superiorità sulla natura e di portarsi a casa un corno miracoloso. La notizia ufficiale è di un po’ di tempo fa, anche se molti siti online ce la stanno proponendo come nuova di zecca, ma di questo animale si erano già perse le tracce nel 2006. Come spesso accade in questi frangenti, dalla scomparsa effettiva alla morte ufficiale trascorrono un po’ di anni, come se fossimo chiamati a firmare un certificato di morte presunta prima di ammettere che sì, è proprio così.

L’anno scorso, invece, di fronte alla morte di George il Solitario (Chelonoidis nigra abingdonii), un tartarugone dal collo lunghissimo, ci eravamo trovati di fronte a ben altra situazione: quella di un ultimo protetto, coccolato, a cui si tentò invano di trovare una compagna. George, ultimo della sua (sotto)specie per molti anni, rifiutò compagne simili eppur diverse, si accoppiò senza riprodursi, finché non si estinse lo scorso giugno, lasciando i propri tutori nello sconcerto. Perché non era bello, probabilmente aveva anche un caratteraccio ombroso e scostante, ma assistere a un’estinzione in diretta lascia comunque disarmati e senza parole.

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Prima di George e di Black Rhino (Dicero bicornis, che non aveva un nome, ma glielo diamo per par condicio) è stata la volta di molti altri, come il piccolo rospo dorato (Bufo periglenes) della foresta di Monteverde, scoperto ufficialmente nel 1964 ed estinto poco dopo il 1988, quando l’ultimo esemplare maschile fu avvistato nel suo habitat principale. Ed è la volta, ogni anno, di moltissimi altri che svaniscono nel nulla, portando con sé il proprio patrimonio genetico e privando il pianeta di altra ricchezza. Tutto normale forse: le estinzioni sono parte integrante della fisiologia della Terra. Un po’ meno normale, invece, se si pensa che le estinzioni attuali si attestano sulle 10.000 specie l’anno, contrapposte a un dato storico di 1000 per anno.

George, Black Rhino, il rospo dorato e tutti gli altri censiti dall’Unione internazionale per la conservazione della natura sono lutti che non porteremo mai, perché apparentemente non modificano nulla nella nostra quotidianità. Perché domani non mi sveglierò pensando che George mi manca o che avrei voluto fare quattro chiacchiere con un rinoceronte. Ma modificano molto nella vita in generale, perché ogni giorno i nostri sono ecosistemi più poveri, più solitari.

Forse, allora, un piccolo lutto dovremmo portarlo. E basterebbe un pensiero, a volte, e un po’ di consapevolezza perché, volenti o nolenti, di tante estinzioni siamo responsabili. Magari non abbiamo imbracciato un fucile, magari non abbiamo segato via un corno dal muso di un animale straordinario. Però, più che probabilmente, come specie siamo sufficientemente impattanti da determinare la morte di altri, abbattendo foreste, costruendo città, mutando le condizioni climatiche e gli equilibri di Gaia. Magari, potremmo renderci semplicemente conto di quanto siano effettivamente impattanti tutte queste estinzioni sugli equilibri degli ecosistemi. E, magari, potremmo semplicemente dispiacercene, anche se mai si sarebbe dato il caso di fare due chiacchiere con un rinoceronte nero di prima mattina.

L’estinzione, forse, è la fine più irreparabile di tutte. Perché anche a volerla inventare, dopo, una soluzione alternativa non c’è. Il mio piccolo lutto sta nel ricordarmene con queste parole e coi santini del caso: George, Black Rhino, e il rospo dorato…

di Silvia Ceriani

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