Caffè, morte e una fetta di torta: l’esperienza di Death Café

ImmagineFino a qualche anno fa, includere la morte negli argomenti di conversazione mi metteva a disagio. Come se la morte, in quel momento fosse presente, incombente. Allora, semplicemente, passavo ad altro, nascondendo la polvere sotto il tappeto. “Rimozione”. Questo evitare d’affrontare un argomento ha un nome. Poi è arrivato il Salone del lutto, dove la morte in un modo o nell’altro è piuttosto presente. Sotto forma di un post sulla pagina Facebook, di un libro letto, di un discorso, di una gita al cimitero… Tutto quel che tenevo a distanza, lentamente, si fa più vicino. E il fatto stesso di avere costantemente in mente quel nome mi fa pensare che sì, un po’ la polvere da sotto il tappeto ho iniziato a smuoverla.
Allora, in tante cose che leggo, mi accorgo di come questo tentativo di rimozione, questo portare la morte ai margini, sia un tratto comune della società occidentale o meglio nordamericana ed europea. In Italia, è un po’ diversa la situazione delle aree rurali, dove la ritualità funebre è ancora molto radicata. Ma la mia condizione, quella di abitante di un centro urbano del nord è esattamente quella dei rimoventi. In questo, credo, c’entra anche l’educazione ricevuta in famiglia, coi miei genitori che mi hanno sempre messa al riparo dai lutti. Non avevo l’età, evidentemente, non solo per amare, ma per molte altre cose.
Eppure, oggi, di morte si sta tornando a parlare. Anche in Europa, anche in Italia, anche nei grandi centri del nord. E lo si sta facendo con una grande cognizione, una grande delicatezza, a costo di passare per bizzarri, macabri, quando non iettatori… Da quando ho iniziato a fare ricerche sul tema, da profana qual sono, mi sono resa conto che esiste come un magma, un intero mondo di progetti di vario tipo che sta ponendo la morte al centro, e non per un’esibizione fine a se stessa, ma con lo scopo preciso di aumentare la consapevolezza della propria vita. Sembra contradditorio? Forse… Eppure, provate a pensarci: la vita la viviamo molto più intensamente facendo i conti con la morte; pensando che c’è, forse, possiamo anche pensare a vivere più pienamente ogni nostro istante. E questo è già molto meno contradditorio. Forse è addirittura logico.Immagine
Così accade che in questo magma incappo anche nel progetto “Death Café“. Un’esperienza internazionale, perlopiù diffusa nel mondo anglosassone, dove l’approccio ad argomenti come il fine vita è più aperto che altrove, e dove in molti stanno già portando avanti questa esperienza. Death Cafe trae ispirazione dal lavoro del sociologo e tanatologo svizzero Bernard Crettaz, i cui “Cafe Mortels” avevano luogo in Svizzera, appunto, e in Francia. Nel 2010 Jon Underwood viene a conoscenza del progetto leggendo un articolo di giornale, e lo riadatta per l’esperienza di Death Cafe. Di cosa si tratta? In poche parole di gruppi di discussione veri, concreti, guidati da un facilitatore che si preoccupa di mettere la gente a proprio agio, di guidare la discussione e di far sì che non esca dalla tematica. Di luoghi protetti dove poter liberamente esprimere le proprie convinzioni e poterle condividere con altri: per rendere la morte un concetto più familiare, meno avulso dalla nostra quotidianità.
A parlarmi di quel che sta accadendo in Italia è Elisabetta. Lei, con un master di studi sulla morte e sull’accompagnamento al lutto, stava cercando di sviluppare un progetto in Italia e, incappata sulle pagine internet di Death Café, ha capito di aver trovato quello che stava cercando. Il suo adesso è il primo Death Cafe in Italia, e a Verona ha già realizzato cinque incontri, in casa sua, in libreria e nello spazio di un centro interculturale. Con voce pacata, mi spiega come questi gruppi non abbiano scopo terapeutico né di sostegno. “Il compito che ci prefiggiamo è parlarne, soprattutto per arrivare al vero obiettivo che è quello di riflettere su come vivere con maggiore pienezza. Non è facile. Di solito arrivata a quel punto la gente si incaglia. Per questo stiamo studiando delle soluzioni creative per andare oltre, per toglierla dall’imbarazzo. Ha presente il progetto dell’artista orientale Candy Chang, e della sua reinterpretazione in “Before I Die”? Ecco, si tratta di muri, lavagne, pareti, su cui la gente, i passanti possono scrivere quel che vorrebbero fare prima di morire. È a quel punto che vorremmo arrivare”. Quello in cui la riflessione sulla morte diventa, come logica conseguenza, una riflessione sulla vita.
Death Café è un concetto molto semplice. Che induce a parlare. A conoscere e a conoscersi. È uno spazio improntato alla confidenzialità, all’assenza di discriminazioni, dove parlare liberamente senza cercare o imporre soluzioni valide per tutti. Perché a volte il solo parlare è di per sé la soluzione. E dopo una mezzora al telefono con Elisabetta, mi rendo conto che sì, la strada può essere questa.

di Silvia Ceriani

In Italia l’unico Death Cafe attivo è attualmente a Verona. Per avere maggiori informazioni su quello che accade, visita la sua pagina facebook o scrivi una mail a deathcafeverona@gmail.com

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