Confessions of a Funeral Director: come morire nell’epoca della rivoluzione della comunicazione

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La rivoluzione industriale ha avuto ricadute favorevoli nella creazione dell’industria funeraria, un business gestito da professionisti che vi strappano di mano la persona amata e fanno il lavoro sporco in vostra vece. Un tempo i funerali e le sepolture erano gestiti dalla famiglia del defunto; ora sono in mano nostra – i professionisti del settore funebre. Siamo subentrati nel ruolo.

Tecnicamente, non lo abbiamo sottratto, siete voi ad avercelo consegnato. La morte è un casino. È spaventosa. Ci rende vulnerabili. Ci mette a confronto con la nostra imperfezione, debolezza e di mortalità. Ed è così che la società ha messo la morte in mano ai professionisti della morte perché… voi la rifiutavate. La morte ci ricorda troppo la nostra vulnerabilità e quindi l’abbiamo consegnata ad altri perché se ne occupassero.

La rivoluzione industriale è venuta ed è andata e ora ci troviamo nel bel mezzo dell’era dell’informazione (in questo articolo userò l’espressione “rivoluzione della comunicazione”). Siamo nell’era di internet. Dei telefoni cellulari. Che ci permettono di fare cose che solo un centinaio di anni fa sarebbero state concepite come magia.

E quindi oggi la domanda diventa: “La rivoluzione della comunicazione come influenzerà l’industria funebre?”. Che effetto avranno internet, i messaggi di testo, Facebook, i cellulari, Skype, Twitter e qualsiasi altra cosa verrà in seguito sull’esecuzione dei funerali in futuro?

Ma prima di comprendere l’influenza che avrà sullo svolgimento dei funerali, dobbiamo chiederci come la rivoluzione della comunicazione abbia influenzato le nostre relazioni personali. Dopo tutto, i funerali sono l’espressione di un dolore fondato su rapporti personali.

A questo proposito Sherry Turkle, psicologa e sociologa, dice: “Quando chiedo alla gente che c’è di male ad avere una conversazione (invece di utilizzare i social media), mi sento rispondere: ¢Te lo dico io cosa c’è di male ad avere una conversazione: si svolge in tempo reale e puoi controllare quello che stai per dire¢. Ecco, è questa la morale della favola. Sms, email, post, tutte queste cose ci permettono di presentarci come vorremmo essere. Apportiamo modifiche, e questo significa che arriviamo a cancellare, e questo significa che si arriva a ritoccare: il volto, la voce, la carne, il corpo – né troppo né troppo poco,  non troppo poco, non troppo, il giusto”.

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Le relazioni umane sono ricche, incasinate, esigenti. E noi le ripuliamo con la tecnologia. Quando lo facciamo, una delle cose che può accadere è che sacrifichiamo la conversazione alla mera connessione. In breve cambieremo noi stessi. E sembra che di questo ce ne dimentichiamo, o che abbiamo smesso di preoccuparcene”.

Insomma, avendo preso le distanze dal contatto, dalla conversazione, dal disordine della comunicazione in tempo reale, abbiamo preso le distanze dalla nostra vulnerabilità. E essendocene allontanati, abbiamo fatto un passo ulteriore, allontanandoci dalla capacità di gestire la morte.

Con tutta questa mancanza di vulnerabilità e questa enfasi sul controllo, la fine più logica per il futuro della morte è quella di correggere il finale.

Perché dovrei chiederti di aiutarmi mentre sto morendo? Non voglio che tu mi veda così vulnerabile. E voglio controllare il modo in cui muoio prima che la morte mi porti via il controllo. Questo è il modo migliore per rivedere la storia. Per assumere il controllo sull’arrivo della nostra morte prendendo la nostra vita con le nostre mani. Naturalmente, non sto parlando di metodi come l’impiccagione. Sto parlando di metodi umanitari, con cui andarsene in modo indolore e con “dignità”.

Impersonale.
Solitaria.
Controllata.
Editata e corretta.
Intoccabile.
Eutanasia auto-somministrata.

E il funerale sarà grosso modo lo stesso. Sto cercando di immaginare un funerale in una società che vive di relazioni costruite sui nuovi apparati tecnologici. Quando il contatto diretto ci farà sentire sempre più a disagio, quando la vulnerabilità ci farà sentire sempre più a disagio, quando una conversazione inedita ci farà sentire sempre più a disagio… Quindi, proprio come col morire e la morte, cercheremo di evitare funerali? O forse saranno i funerali a diventare sempre più “on-line” per natura? Riusciremo a condividere su Facebook le foto del defunto giacente come forma di ricordo? Riuscirà il nostro “like” o il nostro “commento” a quella foto a soddisfare il nostro bisogno di riconoscere la morte di quella persona? E il lavoro dell’impresario di pompe funebri sarà quello di fotografare, di fornire un ultimo scatto del defunto, opportunamente corretto, da utilizzare come profilo in memoriam, sulla pagina “Facebook Funeral”?

Con l’industrializzazione, abbiamo messo le distanze dalla vulnerabilità della morte per consegnarla nelle mani dei professionisti del settore. È possibile che la rivoluzione della comunicazione inauguri un mondo così impersonale da far diventare obsoleti i funerali come li conosciamo oggi? Che l’aspetto personale di una relazione sia rimosso a tal punto dalla connettività che nei funerali non sapremo che farcene?

Di Caleb Wilde

Caleb Wilde è un impresario di pompe funebri di sesta generazione nonché imbalsamatore. Esercita la propria attività in Pennsylvania, Usa. È laureato in teologia e specializzato in tanatologia. Scrivere è la sua terapia. Cura un blog bellissimo, Confessions of a Funeral Director, che dovrebbe diventare un libro… Come noi gli auguriamo che accada. Lo abbiamo incontrato per caso incappando nella sua pagina Facebook e ce ne siamo innamorate. Gli chiediamo scusa per la traduzione raffazzonata (vi prego, se avete commenti in negativo mandateceli in privato). E vi invitiamo a seguirlo.

Per la traduzione, mooolto approssimativa, lamentatevi con Silvia Ceriani

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