Torino, il positivismo e il museo dell’uomo. Parte prima: il Museo di Anatomia Umana Luigi Rolando

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Il grande progetto dei musei dell’università di Torino prende le mosse nel 1739. Inizia così la storia delle collezioni scientifiche dell’ateneo torinese: nel corso del tempo si arricchiscono e danno a loro volta vita a dei musei indipendenti. Oggi, in questo strano palazzo con i minareti, il palazzo degli studi anatomici, vengono riunite collezioni sia realmente che virtualmente sotto il simbolo del Museo dell’uomo.

Stiamo parlando del Museo di Anatomia Umana Luigi Rolando, del Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso, del Museo Garnier Valletti (il museo della frutta) ai quali si va ad aggiungere virtualmente perché si trova da un’altra parte il Museo di Scienze Naturali e ancora non è finita perchè l’iter del progetto non è ancora concluso.

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In Corso Massimo D’Azeglio 52, all’ ingresso del museo di anatomia, è capitato di trovarmi moltissime volte, con gente sempre diversa.

Gente diversa vuol dire gruppi di anziani, adolescenti (all’ ingresso ruvidi e spavaldi, all’ uscita decisamente più calmi e pallidi) amici e ovviamente tutto il gruppo della nostra gita “anatomica” del Salone del Lutto.

Le reazioni sono sempre diverse, gli anziani sorridono, i bambini si interessano, gli adolescenti svengono, ma il museo, all’occhio del museologo (azzarderei in questa sede, il mio) è sempre interessante.

L’impatto è straordinario dal momento che viene offerta la rara opportunità di visitare un museo scientifico ottocentesco rimasto quasi intatto nei contenuti e nell’allestimento.

A prima vista l’aspetto è quello di una chiesa a tre navate dalle alte volte a crociera dove al posto degli affreschi con i santi, nelle cappelle laterali ci sono i ritratti dei grandi anatomisti del passato e al centro, su tutti, troneggia il ritratto di Charles Darwin e il rimando al museo di storia naturale di Londra dove nello scalone monumentale c’è la sua statua in marmo è immediato.

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La collezione ci interessa sia dal punto di vista antropologico sia dal punto di vista artistico.

Vengono affiancate diverse categorie di oggetti che corrispondono a diverse fasi di approfondimento della museologia anatomica: c’è una prima fase, “artificiale”, a cui si debbono i modelli di gesso, legno, e soprattutto cera, e poi una seconda fase, quella dell’anatomia “naturale” in cui vi sono appunto questi preparati a secco e in liquido (formaldeide).

Proprio per mantenere inalterato l’aspetto originale di tempio della scienza è stato penalizzato il sistema immediato di comunicazione, nel senso che vi sono poche didascalie e spiegazioni; questo avviene però soltanto in apparenza perché in realtà ci sono alcune isole multimediali che illustrano molto bene i progetti e le varie sezioni del museo, oltre a un percorso didattico illustrato per le scolaresche che risulta efficace.

Si offre quindi al pubblico la possibilità di fruire il museo sia autonomamente sia con visite guidate (a me è capitato di essere accompagnata da una guida molto preparata che ha illustrato il percorso in maniera esauriente e anche (sempre gradita) con un pizzico di ironia).

Per chi vuole approfondire l’argomento può acquistare la guida cartacea del museo e dare un’occhiata al piccolo bookshop in cui si trovano oltre ai libri sul tema anche libri per bambini e giochi educativi. Accanto al bookshop c’è poi una grande vetrina (a dir la verità non molto suggestiva ma abbastanza efficace ai fini didattici) che illustra il concetto di Wunderkammer, e lì vicino il plastico del Palazzo degli Istituti anatomici.

Che dire quindi. Il museo ci piace, ci è piaciuto e a lui SdL ha dedicato un evento in novembre, abbinandolo alla visita alla mostra “Human Body Exhibition” allora allestita presso il Palaolimpico Isozaki.

Da parte di tutti, il commento è stato unanime: il museo di anatomia è una chicca, poco conosciuto ma suggestivo e interessante.

L’Ottocento, con i suoi scienziati, le sue teche, le cere anatomiche e i cervelli a secco ha avuto la meglio sulla grande mostra iper pubblicizzata e senz’anima della quale tutti stavano parlando.

Il museo di anatomia forse quella ce l’ha, almeno dal punto di vista dell’atmosfera e se non proprio un’anima ha di sicuro tra i tanti, il corpo del Professor Carlo Giacomini che nel suo testamento ha scritto “Dispongo che il mio scheletro e il mio cervello siano conservati insieme agli altri al museo”.

E così è stato.

Questo è amore. Amore per la scienza di sicuro.

Andateci!

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di Serena Fumero

Per contatti e informazioni:

http://www.museounito.it/anatomia/museo/default.html

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