Letture per un banchetto #2 Satyricon

Come qualcuno sa, SdL sta organizzando un banchetto funebre liberamente ispirato a Controcorrente di Huysmans e lo porterà al FestivaLetteratura di Mantova, sabato 7 settembre. Ci saranno cibi raffinati, ci sarà un allestimento sontuoso e… E ci saranno gli invitati del padrone di casa, scrittori, uomini, trapassati, che sulla morte ci hanno regalato brani bellissimi e che sarà una gioia immaginare tutti insieme, per una sera, a discutere del senso ultimo delle cose. Magari con un pizzico di ironia. SdL, adesso, si sta dilettando nella selezione. Si è tuffato a capofitto tra le pagine dei libri e, passo passo, vi proporrà quel che ha trovato. Abbiamo iniziato con Bianciardi. Oggi, invece, facciamo un salto indietro. Duemila anni fa, nella Roma imperiale, dove il nostro invitato un posto a tavola se l’è guadagnato sul campo.

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Perché lui di banchetti funebri ne aveva allestito uno vero, fuor di finzione, ed era quello in cui si suicidò svenandosi davanti ai convitati, com’era usanza nell’antica Roma. In realtà, come lui, furono in molti a farlo, soprattutto nei circoli dei filosofi stoici, tra cui presenziavano i più accaniti critici del potere imperiale. Ma il suicidio di cui stiamo parlando fu in sé eccezionale, tanto da meritare l’attenzione dello storiografo Tacito, che negli Annales lo descrive dettagliatamente: Petronio arbiter elegantiae si era conquistato un posto di tutto rispetto nell’entourage neroniano. Era noto per la propria eccentricità e lo si giudicava uno snob di gran classe, sofisticato ed esperto. Finché per una serie di invidie non gli fu dato l’ordine di fermarsi a Cuma durante una delle sue spedizioni militari. Questa imposizione equivaleva all’ordine di suicidarsi, appunto. E la sua morte è per noi tanto eccezionale, in quanto avvenimento “futile” per eccellenza. Petronio, infatti, predispose la propria morte con la stessa ironica e sorvegliata strategia che aveva presieduto agli atti della sua vita, affinché ciò che in realtà era tragedia potesse apparire come un trapasso naturale, vissuto in piena coscienza e perfino con qualche voluttà: non enfasi o lamenti, non discorsi consolatori o professioni di fede (come avveniva appunto nelle morti stoiche, dove si argomentava in genere dei massimi sistemi), ma un tranquillo conversare tra amici, scambiandosi versi scherzosi. E, in appendice al testamento, un’altra sorpresa: Petronio non vi inserì alcuna adulazione riservata al principe, ma la dettagliata narrazione delle sue turpitudini, coi nomi degli squallidi personaggi in esse implicati. Questo il banchetto per cui Petronio divenne famoso, ma ce n’è un altro, ancora più famoso, opera della sua inventiva di scrittore (sempre che si accetti l’ipotesi che sia stato lui a scriverne). Petronio è l’autore del Satyricon, uno dei rarissimi romanzi latini a noi pervenuti. E il Satyricon è, innanzitutto, la lunghissima descrizione del banchetto di Trimalchione.

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“Frattanto, Trimalchione aveva lasciato andare la sua partita e, fattosi servire tutto quello che noi avevamo avuto, ci aveva invitati ad alta voce a prendere vino melato a volontà, quando l’orchestra dà un segnale e gli antipasti sono portati via da un altro coro che ci dava dentro alla più bella. In quella confusione un piatto d’argento cadde di mano a uno schiavo che si affrettò a raccattarlo. Trimalchione se ne accorse e, fatte dare al ragazzo tre o quattro sberle, comandò che il piatto fosse gettato ancora a terra. Poi arriva un cameriere con la scopa e spazza via il piatto d’argento insieme con gli altri rifiuti. Dopo di che entrano due etiopi, dai lunghi capelli crespi, con due piccoli otri simili a quelli che servono per innaffiar la sabbia negli anfiteatri, e ci versano del vino sulle mani: acqua, nemmeno una goccia.

Facciamo al padron di casa i nostri complimenti per tante raffinatezze.

– Marte – ci risponde – ama l’uguaglianza. Per questo ho voluto che ognuno avesse una mensa per sé. Senza contare che questi fetenti schiavi non ci soffocheranno tanto venendoci addosso ogni momento –.

In quell’istante portarono anfore di vetro accuratamente ingessate; sul collo c’erano etichette con questa scritta: – Falerno di Opimio. Più di cento anni –.

Mentre decifriamo questa iscrizione, Trimalchione batté le mani.

– Ahimè, – disse – il vino vive dunque più di noi, poveri omuncoli? Be’, trinchiamolo tutto. Il vino è vita.  E questo, poi, opimiano autentico. Ieri ne ho fatto mettere in tavola del meno buono, e sì che avevo degli ospiti molto più di riguardo –.

Mentre noi attacchiamo a bere e andiamo debitamente in estasi davanti a tanta munificenza, entra uno schiavo con uno scheletro d’argento (larvam argenteam in latino) fatto in modo che le articolazioni e le vertebre potessero muoversi in ogni direzone; e lo fa cadere più volte sulla mensa e, data la mobilità delle giunture, gli fa prendere le posizioni più diverse. Allora Trimalchione declamò:

– Ahimè, poveri noi, ché tutto è niente!

Solo quattr’ossa restan dell’ometto.

Tutti, nell’Orco, avremo questo aspetto:

viviam, finché il destino ce lo consente –”.

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C’è dunque molto, in Petronio, sì da poterne giustificare la presenza a un banchetto funebre. C’è la decadente “raffinatezza” di una tavola che non è concepita da un colto patrizio, ma da un volgare parvenu, lo schiavo liberto Trimalchione. C’è la presenza della morte, servita direttamente sul desco e poi anche elemento di ragionamento tra gli ospiti. E poi c’è la cura descrittiva del tavolo, del servizio e del menù stesso.

Ma di indizi funebri è disseminata la cena in tutta la sua durata. Anzi, questi si fanno sempre più fitti via via che il tasso alcolico dell’ospite e degli invitati cresce. A un certo punto, quelli che erano solo accenni alla morte divengono discorsi molto più articolati, perché Trimalchione, nel corso della sera, dà tutte le disposizioni del caso per il proprio funerale.

 “Già tutti avevano iniziato a ringraziare il padrone di tanta generosità, quando egli, prendendo la cosa sempre più sul serio, si fece portare una copia del suo testamento e lo lesse da capo a fondo, mentre i suoi, al completo, gemevano pietosamente. Poi, volgendosi ad Abinna:

– Che ne dici, – gli domandò – amico carissimo? Stai costruendo il mio monumento funebre nel modo che ti ho detto? Mi raccomando di far scolpire ai miei piedi la mia cagnetta, con corone, vasi di profumi e tutti i combattimenti di Petraite, in modo che io possa continuare a vivere dopo morto in grazia tua. E bada bene che il monumento abbia cento piedi di facciata e duecento di profondità. Voglio che intorno alle mie ceneri ci siano alberi da frutto e un bel po’ di vigne. Non è giusto, perbacco, avere da vivi case ben fornite di tutto e non preoccuparci poi di quelle che dobbiamo abitare più a lungo.

Affiderò a uno dei miei liberti la custodia del mio sepolcro perché la gente non ci vada a fare i suoi bisogni. Ti prego anche di scolpire sul monumento delle navi che vanno a gonfie vele e me stesso seduto in un tribunale, nobilmente vestito di pretesta, con cinque anelli d’oro e nell’atto di distribuire al popolo un sacco di monete. Se credi, mettici anche i triclini e tutto il popolo che se la spassa allegramente. Alla mia destra ci porrai la statua della mia Fortunata con una colomba in mano e la mia cagnetta al guinzaglio; poi il mio caro ragazzetto, e delle anfore ben sigillate perché il vino non si spanda. Mettici anche un’urna spezzata con un fanciullo che ci piange sopra. Nel mezzo, poi, un orologio in modo che chiunque guarda l’ora debba leggere anche il mio nome, voglia o non voglia. Quanto all’iscrizione, guarda un po’ se questa non ti sembra adatta: Gaio Pompeo Trimalchione Mecenatiano qui giace. Gli fu decretato il sevirato durante la sua assenza. Poteva essere in tutte le decurie di Roma, ma non ha voluto. Pio, forte, fedele, venne su dal nulla, lasciò 30 milioni di sesterzi e non ascoltò mai un filosofo. Sta’ sano – Anche tu”.

Portiamo Petronio, dunque. Come potremmo fare diversamente? Quanto ai banchettanti, affinché si calino appieno nell’atmosfera, consigliamo la lettura del libro, ovviamente, o la visione del film omonimo, per la regia di Federico Fellini.

 

Petronio, Satyricon, I sec. d.C.

Brani selezionati da @si_ceriani

 

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