Teschi d’artista

Crani di bronzo, di legno, di marmo; di cemento, di plastica con su scritta la fine dei libri – solo i preferiti –, di opale, lapislazzuli e chi più ne ha più ne metta… Damien Hirst i teschi d’artista non li realizza soltanto: li colleziona, in una Wunderkammer macabra ma al contempo ironica. Quella che ho visto alla Pinacoteca Agnelli.

Quest’anno di amene gite ne ho fatte parecchie, eppure c’era qualcosa che continuava a sfuggirmi, ai fini dei post su questo blog. Poi ho capito: lui – il blog – è incominciato più tardi e io alla mostra “Freedom Not Genius” della Pinacoteca Agnelli di Torino ci sono sicuramente andata prima. Un mordi e fuggi, prima di fuggire, per l’appunto, in montagna, ma di cui è rimasta una traccia tangibile, in forma di catalogo, sugli scaffali della mia libreria. E così, per quanto valga parlare di mostre a giochi conclusi (ma ne ho un’altra nel cilindro, perché perseverare…), tendo a fregarmene e a farlo comunque.

“Freedom Not Genius” è un titolo guidato da chi ha prestato le opere della sua “Murderme Collection” alla galleria: nientepopodimeno che Damien Hirst, sicuramente noto a tutti quanti si interessino alla morte come forma d’arte, o meglio all’arte che parla di morte, per via del suo lussuosissimo teschio For the Love of God. Per chi non lo sapesse, si tratta di un calco di platino di un cranio umano, tempestato da 8.601 diamanti, per un totale di 1.106,18 carati (roba che un trilogy appare una fedina degna di Cenerentola, insomma), a rappresentare in modo concettualmente e visivamente violento il contrasto tra materialità e caducità. For the Love of God, tuttavia, alla Pinacoteca Agnelli non era presente. Perché l’esposizione non raccoglieva le opere di Hirst, ma la sua collezione, “Murderme”, appunto, con pezzi interessanti provenienti dal movimento degli Young British Artists, ma anche opere del xxvii secolo, fino a lavori di Francis Bacon, Jeff Koons e Andy Warhol.
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Io mordo e fuggo, ricordiamocene, e dunque riservo un’attenzione solo superficiale alle opere esposte, che annoverano molti teschi scolpiti da anonimi – in bronzo, legno, marmo – scheletri pensatori, scheletri arcieri, e un cranio interessante realizzato da Peter Blake, uno dei padri (o nonni?) della pop art britannica, e intitolato The Ending of My Favourite Books. Come se uno la fine dei propri libri preferiti la recasse indelebilmente scritta in testa, il cranio in questione, in pura plastica, le fini dei libri le reca scritte su di sé in bella grafia, nero su bianco.

Ma, senz’altro, una delle visioni che mi attrae di più è quella di Titti e Silvestro scheletriti eppure alle prese con uno dei loro spassosissimi inseguimenti. L’autore, che già conoscevo grazie alla nostra pagina facebook, è il coreano Hyungkoo Lee, che i suoi personaggi “animati” li aveva già portati alla Biennale di Venezia nel 2007. Il suo lavoro, nello specifico, si intitola Felis Animatus & Leiothrix Lutea Animatus.
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E poi ci sono teschi dipinti, teschi di cemento, teschi neri e lucidissimi di acrilico e plastica, teschi bucherellati come fossero forme di gruviera (ma coi buchi molto più regolari e precisi rispetto al celebre formaggio), teschi a scacchiera, teschi col naso da pagliaccio, fino alla bellissima serie di Steven Gregory, che in parte ricorda i teschi lussuosi dei santi fotografati da Paul Koudounaris. Interamente realizzata nel 2003, la sua serie è data da teschi umani – reperiti presso i mercanti di antichità mediche – e “abbelliti” con coperture di malachite, lapislazzuli, opale, e tanti altri materiali ancora.

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Sarà, ma tutto questo passare da un teschio all’altro in una Wunderkammer dei nostri giorni, ha creato uno strano effetto di ridondanza mista a nausea, perfettamente coronato dalla visione di There Are Little People Inside Me del giapponese Takashi Murakami, un bislacco e coloratissimo insieme di teschi dipinti ad acrilico.
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Ma teschi, scheletri e ossa non sono certo l’unica cosa a essere esposta: non mancano le gemelle d’argento di Don Brown, in cui non posso non vedere un richiamo alle due signore del lutto, i palloni da basket galleggianti di Jeff Koons, e palloncini a forma di canarini o orsacchiotti giganti. E neppure un Winnie the Pooh sfigato, con la zampa intrappolata dentro una tagliola… Poi si passa alle bestie imbalsamate, tra cui un agnello mostruoso con due corpi e sette zampe messo in teca dal noto tassidermista Walter Potter o – sempre sua – la teca piena di uccelli intitolata “Happy Family”. Ma io con questa forma d’arte ho sempre avuto problemi, e preferisco passare oltre…

Il mordi e fuggi dura un’ora o poco più, per cui adesso, a distanza di mesi, è un piacere sfogliare il catalogo che a noi di SdL regala tanti spunti di riflessione e anche – si può dire? – una buona dose di ironia. Quella che avete visto o forse vedrete nell’osservare accostati personaggi fumettosi e reminders della caducità umana…

Ciò che ha guidato Hirst, nella sua raccolta personale, è la ricerca della libertà perché, come dichiara: «Il genio è facile, genio vuol dire che nessuno è artista. La libertà invece vuol dire che lo sono tutti. Io credo nella libertà, ma non credo nel genio. Non penso che gli artisti siano persone speciali. Secondo me sono persone normali che riescono a mettere a fuoco delle cose importanti per tutti. Ma non penso che siano nate speciali». Che vogliamo dargli credito o meno, è proprio la libertà a guidare questa sua collezione. E la libertà è un bel lusso. Come indossare un frak con le infradito, o comunque qualcosa di simile.

di Silvia Ceriani

Info

La Pinacoteca Agnelli è aperta da martedì a domenica dalle 10 alle 19. L’ultimo ingresso è alle 18,15, dando spazio a un mordi e fuggi in grande stile.

La trovate a Torino, al Lingotto, in via Nizza 230/103. Per info sulle mostre e sulle attività, andate qui.

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