Di parole non si muore

Eufemismi, caricature, incredibili giri di parole. Per dire la morte ricorriamo a ogni sorta di sinonimo o costruzione fantasiosa. Ma non è così nei libri di storia, ad esempio, né nei romanzi o nelle poesie. Che parole abbiamo per evitare di parlarne e di “portarci sfortuna”?

Andare a Patrasso. Patrasso è la terza città della Grecia, situata nella periferia della Grecia occidentale ma, curiosamente, quando diciamo che qualcuno è andato a Patrasso – è un’espressione piuttosto rara, per la verità – non intendiamo dire che si è preso un paio di settimane di vacanza, ma che è morto. La lingua italiana, ma non solo lei, è piuttosto curiosa, perché morire lo dice in moltissimi modi (sul mio dizionario di sinonimi ce ne sono addirittura 30!), mentre al nascere o al vivere – ognuno con appena 4-5 sinonimi – riserva molta meno attenzione. Qual è la ragione di tutta questa fantasia? Io me lo sono chiesta molte volte, e non sono la sola ad averlo fatto, e… E ho concluso che “morire” o “morte” sono due termini che ci fanno molta paura, come se dicendoli portassero sfortuna. E allora ne abbiamo inventati tanti altri in sostituzione, come fossero tante maschere o travestimenti. Andare a Patrasso, ad esempio, è un’espressione curiosa, che deriva dal latino ire ad Patres (cioè tornare dai propri padri). Nel passaggio dalla lingua latina al volgare e poi all’italiano, si è progressivamente persa la familiarità coi suoni del latino, si sono fatti tanti pasticci, finché non è avvenuto che ire ad Patres non lo riconoscesse più nessuno, ma andare a Patrasso sì! E Patrasso non era una località di villeggiatura dove trascorrere il proprio tempo.

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Se penso agli altri modi per dire la morte, la prima cosa che mi viene in mente è che, ad esempio, in italiano il morire è spesso espresso come un moto a luogo: andare all’altro mondo, andare al Creatore, andare in cielo, andare nel numero dei più, andarsene per sempre. C’è sempre un posto da raggiungere o qualcuno da andare a trovare. L’importante è che sia per sempre. Le ultime parole pronunciate in tono perentorio da quel vecchio burbero di Karl Marx pare siano state: «Andiamo, via!», seguite da – e chi non fosse convinto che Marx fosse uno scorbutico dal carattere insopportabile ora si toglierà ogni dubbio: «Le ultime parole famose vanno bene per quegli idioti che non hanno detto abbastanza in vita». Andare avanti, invece, è l’espressione talvolta utilizzata nel gergo militare, dagli alpini, che è come se stessero facendo una gara di velocità: vai avanti tu, appunto, e già che ci sei dai anche una controllata che lì, avanti, sia tutto a posto. Poi, sulla falsariga dei diversi usi del verbo “andare” c’è anche passare a miglior vita, che è l’espressione che mi fa più arrabbiare. Chi lo dice che voglio una vita migliore di questa? No signori, passare a miglior vita ha tutta l’aria di una truffa, di un contentino che si dà a chi di andarsene per sempre non ha nessuna intenzione. Si sente puzza di bruciato lontano un chilometro. E, a quel punto, mi dico, è meglio cambiare complemento e passare dal moto a luogo al moto da luogo: uscire di vita. Ecco, questa espressione può anche andarmi bene…

A proposito di espressioni “fastidiose” e di “truffe”, a mio avviso c’è anche quel capolavoro di mancare all’affetto dei propri cari. Per spiegare cosa intendo, ricorro a un paradosso. Lo scorso anno, nelle isole Galapagos si è estinta una sottospecie di testuggine marina, quella della Chelonoidis Abingdoni. Però, a differenza di molte altre estinzioni, di cui ci si rende conto solo a un po’ di anni di distanza, quella della Chelonoidis Abingdoni è stata ampiamente documentata. Infatti George il Solitario, l’ultimo rappresentante della sua specie, era sotto osservazione costante: un gruppo di scienziati e studiosi si occupava di nutrirlo, osservarne i movimenti. Avevano addirittura tentato di farlo accoppiare con una tartaruga marina di una specie diversa, sperando che in questo modo lei potesse deporre le uova e nascessero tanti piccoli Georgini. Invece niente. George è morto a maggio dello scorso anno, e con lui si è estinta la sua sottospecie. Allora, vien da chiedersi se per chi, come George non ha una famiglia, nessuno con cui condividere le nuotate nei fondali, le battute alla ricerca delle alghe più succulente, le notti stellate delle Galapagos, avrebbe senso parlare di mancare all’affetto dei propri cari e, invece, non è più onesto, più vero, dire che George è morto, o piuttosto che George si è estinto? Ugualmente disonesta è l’espressione finire di tribolare o finire di penare. Pensiamoci bene. Se la morte è dipinta come la fine delle tribolazioni e dei problemi, allora le tribolazioni e i problemi sono la vita. E non mi par giusto che una delle cose più belle che abbiamo alla fine appaia soltanto come una tribolazione, un qualcosa di cui liberarsi?

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Avete mai pensato, poi, che anche degli apparentemente innocui tempi verbali possono diventare sinonimi di morire? Sembrerà strano, eppure è così: essere passato o essere trapassato significano entrambi che non c’è più speranza, che la vita è finita. E io che credevo che il passato fosse al massimo un minestrone di verdure passato nel mixer e il trapassato una delle forme verbali meno utilizzate sulla faccia della terra: “io fui stato”… Che verbo impossibile! Invece no! Passare e trapassare significano anche morire.

Ecco, oltre a tutte le espressioni che già elencate, ce ne sono molte altre più semplici tipo spirare, mancare, decedere, soccombere oppure più pompose e quasi poetiche come esalare l’ultimo respiro, chiudere gli occhi per sempre, chiudere i propri giorni, cedere al fato, cessare di vivere. Tutte queste parole ed espressioni non sono altro che eufemismi. Eufemismi, già… Non so voi, ma io quando ho imparato il significato della parola eufemismo ho pensato che la lingua italiana fosse un po’ ipocrita, vista la sua voglia di nascondere e occultare cose che abbiamo ben chiare nella mente con altre decisamente più sfumate.

Però, per dire “morire” a volte si impiegano verbi molto coloriti, quasi più forti di “morire” in sé. Morire si può anche dire crepare, infatti, oppure anche schiattare. Non che le si impieghi per descrivere un evento luttuoso, in genere, ma se ci pensate queste due parole restano in uso, ad esempio, in espressioni come, “crepare dal ridere” oppure “fa un caldo da schiattare!”.

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E poi in italiano, ma anche in altre lingue, ci sono espressioni curiose, con un’origine che è particolarmente interessante esplorare: pensiamo, ad esempio, a tirare le cuoia, in italiano, a dare un calcio al secchio in inglese (to kick the bucket) oppure ancora a rompere la pipa in francese (casser sa pipe). Qualcuno di voi sa da dove arrivano? No, penso di no. Quindi ve lo spiego io. Tirare le cuoia è un’espressione toscana – e i toscani, in Italia, sono famosi per il linguaggio particolarmente inventivo e colorito. “Le cuoia” è il femminile plurale di cuoio e sta a indicare la pelle conciata di alcuni animali e, per esteso, a designare la pelle umana e far riferimento alla condizione di rigidità che insorge subito dopo la morte. L’origine di dare un calcio al secchio, invece, è medievale, o almeno sembra. A quell’epoca uno dei metodi di esecuzione più diffusi era l’impiccagione. Il condannato era posto in piedi sopra un secchio, col nodo scorsoio intorno al collo. Al boia era sufficiente tirargli un calcio, a quel secchio, perché la condanna andasse a buon fine. Curiosa, e lontana nel tempo, è anche l’origine di rompere la pipa. Sembra infatti che l’espressione risalga all’epoca napoleonica. Negli ospedali militari, a quel tempo, non si usava alcuna forma di anestesia; quando un ferito era portato al campo, per operarlo e non sentirne le grida gli si metteva in bocca una pipa di terracotta. Molti sopravvivevano, molti altri no. E a questi ultimi la pipa scivolava via di bocca, rompendosi…

Ma, allora, il verbo morire è completamente scomparso dal nostro orizzonte? Non lo utilizziamo più, preferendogli invece altre espressioni più edulcorate e che apparentemente causano meno turbamenti? Certo che no! Morire lo diciamo eccome, in tutta una serie di frasi fatte, come: “bello da morire”, “morire dal ridere”, “morire di caldo” e via dicendo. Poi, da un’altra parte i grandi scrittori non si sono fatti attrarre né ingannare da tutti questi sinonimi che abbondano sui nostri dizionari e allora ecco che il “morire” sulle loro pagine occupa un posto di tutto rispetto. E poi, di morti e di morire ce n’è in abbondanza nei libri di storia.

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Giulio Cesare mancò all’affetto dei propri cari nel 44 a.C, per via delle pugnalate che gli furono inferte da Cassio e Bruto, suo figlio. Non la trovate un po’ contraddittoria come affermazione? Qui c’è un padre che manca all’affetto di suo figlio, lo stesso che lo pugnala! Insomma, è un pasticcio, meglio, forse, dire che Cesare morì nel 44 a.C;

Napoleone andò a Patrasso sull’isola di Sant’Elena, dove era stato esiliato. Mmm, anche qui c’è qualcosa che non va, anche perché non è detto che tutti sappiano che “andare a Patrasso” significa morire. E dunque? Non è che scrivendo così rischiamo di confondere qualcuno che si chiede come faceva, il buon Napoleone, a essere esiliato su un’isola al largo delle coste Africane (Sant’Elena) e contemporaneamente a concedersi una piccola vacanza in Grecia? No, non c’è storia, meglio dire che Napoleone morì sull’isola di Sant’Elena;

e se dico che Giovanni da Verazzano tirò le cuoia in un viaggio di esplorazione nelle acque latinoamericane, dove fu ucciso – e probabilmente mangiato – da una popolazione di cannibali? Povero esploratore! Se proprio vogliamo essere corretti dobbiamo dire che fu scuoiato da una popolazione di cannibali, che poi se lo cucinarono allegramente: non che tirò le cuoia. Oppure censuriamo gli ultimi dettagli relativi alla sua vita e ci limitiamo a dire che morì durante la spedizione che lo aveva condotto a scoprire posti inesplorati;

e chi ha la decenza di dire che Hitler andò in cielo al termine della seconda guerra mondiale? Sappiamo tutti che il posto dove vorremmo vederlo è un altro. Io Hitler e il suo nome li vorrei piuttosto dimenticare, cancellare dalla faccia della terra. Ma visto che la storia è fatta per ricordare, e per imparare dalla memoria, con gioia dirò che Hitler morì alla fine della guerra.

E dunque? Dunque gli scrittori o i libri di storia sembrano suggerirci che la parola morire possiamo usarla, anzi dobbiamo usarla per evitare di essere ridicoli. E ci insegnano che mentre leggiamo un passo ad alta voce o ripetiamo una lezione la pronunciamo senza problemi, questa parola, senza annaspare alla ricerca del sinonimo adeguato. E, con tutte le volte che l’abbiamo usata, non siamo mai morti, perché, come dice il titolo di questo nostro incontro, “di parole non si muore”. E alcune ci fanno paura, è vero. Non riusciamo a dirle perché magari pensiamo che siano troppo dolorose, che portino sfortuna, che mai vorremmo pronunciarle. Eppure sono lì, insieme a tutte le altre versioni più lievi ed edulcorate. E sono, fondamentalmente, innocue. Ve ne vengono in mente altre, di parole tabù?

di Silvia Ceriani

Le foto sono tutte riprese dal sito di Before I Die Wall

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2 pensieri su “Di parole non si muore

  1. Appunto qui tutto quel che è arrivato sulla nostra pagina facebook… Tirare i calzini, tirare i piedi, andare a Babboriveggioli, annà all’àrberi pizzuti, uscirne con i piedi in avanti, lasciarci la ghirba, cappello sul letto (ma mi sa che più che un modo di dire è un’azione da non fare), farsi fare il cappotto di legno, aspettare la senza naso, mangiare l’erba dalle radici, andare a spalare carbone all’inferno, raggiungere le celesti praterie, spingere le margherite dal basso…

  2. Pingback: Ssuppare lu sìcchiu (Inzuppare il secchio) | Fondazione Terra D'Otranto

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