Finché la barca va…

Il 21 settembre nel mare antistante a Napoli si disputava una gara di triathlon. In più i motoscafi sfrecciavano, anch’essi in gara. Gli sposi novelli si facevano immortalare per l’album di matrimonio. E, in mezzo a tutto questo, una bara a remi, #labarabarca, condotta da Isotta Bellomunno, attirava sguardi curiosi, sorpresi, attoniti…

La pratica si sta lentamente consolidando. Esco dall’ufficio, dismetto i panni dell’impiegata/giornalista enogastronomica e indosso quelli, nerissimi, della signora del lutto (una delle due signore del lutto, per la precisione). Entro al Caffè Boglione, ordino un qualcosa che nella scala alcolica stia compreso fra lo Spritz e il Martini cocktail e telefono… «Pronto Rossano?» (Rossano = miaurna) «Pronto Elisabetta?» (Elisabetta = Death Cafe Verona) «Pronto Franz?» (Franz = Dal basso mòriri) «Pronto Valeria?» (Valeria = Passeggiate nei prati dell’eternità)…

Questa volta la scala è alta: chiedo un Negroni e chiamo. «Pronto Isotta?» Dall’altro capo del telefono, con un piglio di relax vacanziero mi risponde una giovane donna, col fascino e le complicazioni dell’accento napoletano. Isotta di cognome fa Bellomunno (“beautiful world”), un cognome che a Napoli è molto noto e che, da qualche giorno circola ampiamente anche nel web. Bellomunno, a Napoli, vuol dire innanzitutto pompe funebri, perché le zie di Isotta conducono una delle più antiche aziende italiane del settore. Anzi, la più antica, parrebbe. Isotta non è in quel ramo, suo padre se n’è tenuto a distanza e fa il consulente d’azienda, ma lei con quel ramo ha parecchio a che vedere. Perché, come artista, con le bare ci “gioca”, le interpreta, le prende come oggetti che possono avere anche altre funzioni oltre a quella di sarcofagi.

Non a caso, Isotta l’ho conosciuta in rete, quando ha postato sulla nostra pagina facebookuna delle foto delle sue “sweet coffins” – una bara-pasticcino dipinta di verde e coperta da uno strato di soffice panna e smarties variopinti – e ci ha fatto conoscere il suo lavoro. Dalla bara-pasticcino, poi, è passata ad altro e, seguendola in rete, ho scoperto che quest’estate era intenta a progettare una bara galleggiante, #labarabarca, che poi è stata messa in mare e ha navigato dalla rotonda Diaz fino a castel dell’Ovo. Un’ora circa di vogate, giorni spesi nella costruzione e messa a punto di un’imbarcazione sui generis e altrettanti nel tentativo – riuscitissimo – di comunicare la performance: in tutto circa due mesi di lavoro che, però, hanno già prodotto un bel po’ di risultati.
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Articoli, critiche – anche quelle vanno bene –, attenzione e, soprattutto, una grande presenza di pubblico alla performance in sé, complice anche la concomitanza con una gara di triathlon e con una gara di motoscafi…  A vedere Isotta c’erano artisti, il pubblico accorso per effetto dei 150 necrologi sparpagliati per la città e del tam-tam sui social e ignari, attoniti bagnanti in pausa pranzo o, ancora, coppie intente a posare per il loro book di nozze. In alcuni scatti li si vede, lui e lei belli come il sole, appoggiati alla balaustra che dà sul mare, e nel mare quell’altra, una bara a remi diretta a castel dell’Ovo. Uno scenario metafisico, surreale e che io profondamente invidio (perché nel mio book di matrimonio non c’è nulla di tutto questo).
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Ho detto critiche, perché di critiche Isotta ne ha ricevute tante. «In tanti hanno detto: è la solita trovata di Bellomunno, come se stessi facendo pubblicità all’azienda di famiglia…». Ma, in fondo, alle critiche Isotta c’è anche avvezza. «Quando studiavo, e quando ho iniziato a lavorare sull’oggetto-bara, un mio insegnante voleva cacciarmi dall’accademia. Le mie zie, invece, l’hanno presa bene, e questa è una fortuna, una soddisfazione…». In un certo senso, è come se Isotta stesse continuando l’attività di famiglia, ma da un’altra prospettiva. Una cosa che a tanti può apparire bizzarra, ad altri macabra o folle ma che, invece, da una prospettiva diversa (la mia, ad esempio), appare completamente accettabile, forse logica, normale.

Isotta un po’ in mezzo alle bare c’è cresciuta e, in più, arriva da una città che è superstiziosissima, è vero, ma che allo stesso tempo con la morte ha un rapporto molto forte, profondo, sicuramente più autentico di quanto non avvenga nelle città del nord. «A Milano ai navigli la mia performance non sarebbe stata la stessa» mi dice. E quindi sì, a me pare totalmente logico che a un certo punto Isotta abbia unito il suo percorso artistico con quello lavorativo di un ramo della sua famiglia e che sull’oggetto-bara abbia iniziato a interpretare.
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Per tre-quattro anni in gran segreto e poi con le sweet coffins, la barabarca e tutto quello che il suo entusiasmo ben ponderato e consapevole saprà riservarle. Io ne apprezzo la forza, l’inventiva e la capacità di rompere gli schemi; e di affrontare le critiche a testa alta, affondando i remi nell’acqua, in costume da bagno. Per dirla con Anna Lucia Cagnazzi, autrice del testo critico che accompagna la “grande impresa”, «questo viaggio è l’ennesima trasgressione di un tabù (la designificazione della morte o, meglio, dell’icona della morte) ed è una prova tanto individuale, intima, quanto tesa alla collettività di una terra in cui i morti non muoiono mai e la vita si svolge per strada, tra le pubbliche vie, e non è mai del tutto privata».

Isotta ha 25 anni. Si è già stesa in una bara. Ha già affisso i suoi necrologi. E la sua famiglia ha già ricevuto le telefonate di condoglianze. E tuttavia Isotta continua a partorire idee, sfide, che cozzano con le convenzioni e, un po’, si alimentano di superstizioni. Finché la bara va, guardiamola andare…

di Silvia Ceriani

Info:

per scoprire tutti i lavori di Isotta, vai sul suo sito www.isottabellomunno.com oppure sulla sua pagina facebook. Le foto utilizzate per questo articolo le ho riprese direttamente da lì.

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