Qualcuno pensi ai bambini!

 “Qualcuno pensi ai bambini”: titola così una delle rubriche del Salone del Lutto destinata al “Non è mai troppo presto”, ovvero, non è mai troppo presto per far capire cosa succede, perché si muore e che cos’è la morte.

Non tutti hanno avuto la nostra stessa esperienza, soprattutto – grazie a Dio! – perché ormai non usa più accompagnare i più piccoli per mano a vedere il prozio ricomposto nella bara. Ricordate? «Com’è sereno… pare che dorma», si dicevano in genere l’un altro i parenti e a te restavano le dovute considerazioni e perplessità. Tutto questo, beninteso, se eri una bambina fortunata: in caso contrario, l’ostensione del morto avrebbe causato traumi indelebili nella psiche di quella che sarebbe stata una donna terrorizzata in divenire.Ora questo non capita più e probabilmente non succedeva nemmeno a tutti i bambini degli anni Settanta, ma resta il fatto che la morte rimane una domanda, un fatto, con cui ci si trova a fare i conti. E ai bambini che ti pongono la questione bisogna pensarci eccome.

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Diversi sono gli spunti da noi già segnalati nella nostra rubrica. In un bel libro illustrato di Wolf Elrlbruch, L’anatra, la morte e il tulipano si affronta il tema in maniera delicata e chiara. L’Anatra si accosta alla Morte, e in qualche modo le due diventano amiche. Quando l’Anatra morirà, la Morte le donerà proprio il Tulipano, inteso come metafora di un passaggio, sconosciuto, verso l’aldilà.
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Affronta il tema anche un nostro “collega” sul web, Caleb Wilde di Confessions of a Funeral Director, che sulla sua pagina facebook posta un’immagine di un funerale molto meno lirico di quello dell’Anatra di Wolf Elbruch. Un caro pesce rosso è venuto a mancare e il momento delle esequie solenni crea l’occasione per spiegazioni sull’argomento.
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Gli spunti sono molti, per fortuna. Molti quelli ironici (e forse più adatti agli adulti). È il caso della risposta attraverso i “pupazzi di pelouche” all’interrogativo: perché Fufi questa sera non è tornato a casa? Arrivano qui in soccorso i Road Kill Toys, con tanto di certificato e sacchetto igienico del coroner, per far comprendere al tuo bambino – con serietà e compostezza – che gli animali che vede coricati ai lati della strada dal finestrino dell’automobile non stanno esattamente riposando…
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In ogni caso, perfetto a coniugare il tema della fragilità a quello del trapasso è la raccolta di racconti brevi e poesie Morte malinconica del bambino ostrica di Tim Burton, le cui illustrazioni (dello stesso Burton) rimandano immediatamente a un altro autore – a nostro parere dei più grandi – che proprio ai bambini ha dedicato uno dei suoi capolavori, un abbecedario nero e surreale su 26 piccole morti infantili: dalla A di Amy che cadde dalle scale alla Z di Zillah che trincò troppo alla svelta. Lui è Edward Gorey e questo è il suo The Gashlycrumb Tinies.

di Serena Fumero

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di novembre di Illustrati: http://www.libri.it/riviste/illustrati/novembre_2013/

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6 pensieri su “Qualcuno pensi ai bambini!

  1. Io ero (e tale sono restata) una bambina molto emotiva ed impressionabile, facile ai traumi, per cui non ho mai visto nessun morto a me caro nemmeno in età adulta.
    La morte, però, mi è sempre stata presentata in forma storico-antropologica: s’andava a passeggiare al cimitero, guardavamo le foto e mi raccontavano la storia di quelle persone, come si viveva all’epoca e per quale motivo erano morti. Mi ero molto affezionata al povero Ezio, un bambino morto di peritonite “perché i dottori ancora non la sapevano curare bene come hanno curato qualche anno fa la tua”.
    In campagna, nei pressi del cimitero, c’era una chiesetta rurale del XVII secolo, poi sconsacrata. Il Comune la usava come ricovero per i carri da morto in disuso, quelli bellissimi di legno decorato che venivano trainati dai cavalli. Ce n’era uno nero, uno color legno e uno bianco, piccolo. “Quello era per portare i bambini”, mi avevano spiegato.
    Senza il minimo briciolo di timore, ogni volta che s’andava a spasso nei dintorni chiedevo di passare vicino la “chiesetta sconsacrata” per sincerarmi che i carri da morto fossero ancora lì.

    • Elenaccia, grazie per la tua testimonianza. Per una delle due signore del lutto, non quella che ha firmato l’articolo, è stato un po’ lo stesso: nessun morto a me caro. Quando morì mio nonno, ad esempio, i miei genitori spedirono me e mio fratello dagli amichetti. Una vacanza di 2-3 giorni per poi rendersi conto che il nonno non c’era più. Con la nonna fu lo stesso. Non andammo neppure al funerale. So che i miei genitori ci stavano “proteggendo” ma so anche in qualche modo che questo tipo di protezione era sbagliata. L’ultima mia nonna l’ho vista. E in qualche modo quel vedere è come se ti desse il modo di preservare un rapporto diverso con il tuo caro.
      Al cimitero, invece, mi ci portò la maestra, una suora anoressica che ancora usava la bacchetta di legno. Voleva regalarci un pomeriggio cupo, io penso, e infliggerci poi la tortura di un tema sulle tombe che ci erano piaciute di più (eravamo in terza elementare). Il mio era lungo dieci pagine.

      • Mi associo ai vostri ricordi e aggiungo che il trauma più grande per un bambino (che poi ero io) è toccare i morti.
        Mio fratello,lo zio, il nonno e la nonna, l’infinità di gatti con cui ho convissuto e che ho seppellito poi negli anni…da adulto.
        Toccare quel grande freddo è il vero trauma.
        Un desiderio misto a paura che mi ha sempre accompagnato.
        Toccare.
        Poi scopri negli anni che forse sarà lo stesso freddo che troverai nell’universo un giorno e allora ti espandi con la mente e inizi un pò prima quel lungo viaggio infinito pieno di dubbi e fai di tutto per esorcizzarlo.
        Ho scoperto molto tardi il piacere di passeggiare per i cimiteri monumentali, così ricchi di particolari ricordi e adesso appena posso mi immergo in quei profumi di cipresso e bosso cercando di stare vicino a quell’universo fatto di lapidi, cammei sarcofagi,date di nascita e morte e sopratutto immagini bellissime.

      • Me ricavo una volta di più che:
        1 ognuno di noi e un’isola
        2 i genitori sbagliano sempre
        Mia sorella, tuttora, a 56 anni suonati, continua a non perdonare i miei genitori che la portarono , bambina, non a vedere nonni morti nella bara , tantomeno ai funerali, ma semplicemente qualche volta a pregare per i nonni presso la cappella di famiglia ( semplicissima e senza foto) in un piccolissimo cimitero arioso e ventoso di un paesino di montagna della Sicilia… Racconta di aver avuto per anni, nella solitudine del suo lettino, incubi paurosi di morte che non poteva né osava rivelare a nessuno.Solo in età piuttosto adulta, aggiunge, ha potuto accettare e superare il problema della morte. A me non è successo.

  2. Si pensa sempre che i bambini non possano capire, che possano rimanere impressionati… si vuole proteggerli, ma da cosa poi? Da quello di cui noi grandi abbiamo paura e che non riusciamo a spiegare, ma che è parte integrante della nostra vita, anzi è praticamente l’unica certezza. Bastano la semplicità di una storia e di una passeggiata al cimitero, per trasmettere a un bambino la naturalezza della morte. E questo ha fatto con me mia nonna quando ero piccola e la ringrazierò per sempre.

    • Ciao Manuela, hai ragione, anche per me questo compito è stato svolto dagli anziani.
      Prozie, nonna e addirittura bisnonna mi rendevano partecipe anche delle operazioni “pratiche” del tipo: tutti in bicicletta, si va a pulire le tombe, cambiare i fiori, lucidare l’ottone… e poi cioccolata calda e castagne. Non ho mai associato il giorno dei morti a momenti infelici. E anche quando la mia bisnonna è morta (io avevo già 24 anni) la sua veglia (l’abbiamo fatta in casa!) è stata davvero indimenticabile. Credo di essere stata molto fortunata ad avere avuto ancora queste opportunità. Ed eccomi qua al Salone del Lutto.

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