La cura

Poetico e crudo al contempo, Still Life è un film che affronta un argomento complesso e difficile: la morte in solitudine e quel che ne consegue. Grazie a un “eroe” come John May – ordinario negli abiti che indossa e straordinario per l’umanità che lo contraddistingue – la visione dell’oltre diventa un qualcosa di profondo e intensissimo.

A vedere Still Life arrivo con un lieve ritardo. Il nuovo film di Uberto Pasolini (http://it.wikipedia.org/wiki/Uberto_Pasolini) è stato a Venezia, fuori concorso, dove ha vinto il premio alla regia nella sezione “Orizzonti”, ed è distribuito in sala dal 12 dicembre. Io ci sono andata ieri. Inaugurando così il mio 2014 al cinema e capendo di avere trovato, finalmente, il mio film di Natale. Perché i cinepanettoni li ho volutamente evitati, ma un po’ di film li ho visti eccome, da I sogni segreti di Walter Mitty a Blue Jasmine.

Immagine
Still Life (http://www.mymovies.it/film/2013/stilllife/) è un film intenso e poetico, delicatissimo. Ma al contempo molto crudo. Perché sceglie di trattare un argomento difficilissimo, che ci fa sentire disarmati e che ci porta a immaginare. Still Life è un film sulla morte. La morte in solitudine. Capita a volte che uno abbia avuto una vita intensa, anche, degli amori, degli amici, delle cose da fare. Ma poi, a un certo momento tutto si dirada. Tutto si allontana. E non c’è chi si occupi con amore di questi corpi, e di queste anime, alla fine del loro percorso nel mondo.

Ce lo siamo mai chiesto il destino dei morti in solitudine? Pensiamo che tutti abbiano un funerale “frequentato”? Pasolini a queste domande risponde. E dice che no, non tutti ce l’hanno. Il protagonista di Still Life è John May (Eddie Marsan, bravissimo), impiegato comunale addetto alla gestione dei funerali e alla sepoltura di individui privi di parenti. È un compito che espleta con grande, grandissima meticolosità. Ma forse bisognerebbe parlare di amore. John May riceve una telefonata, parte con la sua ventiquattrore e l’abito scuro, visita la casa di chi è morto da poco e ne mette insieme un po’ di oggetti personali, qualche fotografia. Poi, con amore, cerca di rintracciare qualche conoscente del defunto, per comunicargli la notizia della morte e la data del funerale. Il più delle volte, però, si tratta di funerali senza nessuno a piangere, nessuno a dispiacersi, nessuno a ricordare. C’è il ministro di Dio, certo; ci sono i becchini di fuori; e c’è John May che, ben oltre quel che è richiesto alla sua funzione, accompagna il defunto nel suo ultimo viaggio, sceglie la musica adeguata alla funzione, l’incisione sulla lapide, la posizione della sepoltura al cimitero (meglio quelle panoramiche). Partecipa.
Immagine
Ma John May è vittima dei tagli che la crisi dei nostri tempi impone. È licenziato per via della propria lentezza. Perché un conto è provvedere burocraticamente ai morti in solitudine e un conto è, appunto, dedicarcisi con amore. Il suo ultimo “cliente” è un uomo che viveva di fronte a casa sua, un uomo dalla vita per tanti versi avventurosa, che May ricostruisce con la meticolosità che gli è propria, risalendo alla donna che ha amato, alle figlie che ha avuto, a chi ha combattuto con lui, agli amici, a coloro coi quali ha mendicato. Per l’ultima missione John May costruisce un funerale in grande stile, partecipato, umano. Al quale però non parteciperà.

A guardarlo io ho pianto. E in molti lo hanno fatto. Perché è un film intensissimo che mescola considerazioni sulla morte, sulla vita, sull’amore, e soprattutto sulla solitudine. Perché è un film poco parlato, a tratti, dove a veicolare le emozioni sono la mimica facciale e i gesti ordinati e straordinari di un uomo solo – come i tanti di cui si prende cura –, che vive per i suoi morti con una dedizione unica e che mangia da solo, dorme da solo e muore da solo. E mi dico che è bellissimo vedere un film così. Senza effetti speciali che non siano la storia, la bravura di chi recita, una colonna sonora delicata come la storia che racconta. Un film profondo, poetico, denso. Che da questo blog non posso far altro che consigliare.

Silvia Ceriani

Still Life: regia e sceneggiatura di Uberto Pasolini; interpreti: Eddie Marsan, Joanne Froggatt, Karen Drury, Andrew Buchan; fotografia di Stefano Falivene; colonna sonora di Rachel Portman

Guarda il trailer
Leggi l’intervista al regista

Immagine

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...