E fu sera e fu mattina

Cosa faresti se sapessi quanti giorni ti separano dalla fine? Ad Avila, un paese di una Langa verde e assolata, orlata di filari di vite sono iniziati i festeggiamenti di Santa Eurosia, la custode dei frutti della terra. Il vino scorre generoso, i volti contadini, vecchi e giovani, sono lievi, distesi. Ma il telegiornale dà una notizia che lascia tutti nello sgomento. Nella confusione. Il sole sta finendo la benzina e tra poco tutto sarà nel buio.

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È chiaro che se se ne parla alla televisione i giorni rimasti non sono moltissimi, sennò non ci sarebbe il motivo di seminare il panico tra le persone. Dopo poco, si chiarisce anche quanti siano gli ultimi giorni, perché una specie di calendario dell’avvento si materializza sul muro di casa del vecchio Toju, che quotidianamente esce dal cancello di casa e, sotto lo sguardo preoccupato e curioso dei compaesani, traccia una “X” su quel che è andato e su quel che resta.

Dunque, cosa faresti se sapessi quanti giorni ti separano dalla fine? Ad Avila ci si interroga, non ci si crede o si fa finta di non crederci, si piange, si cerca il conforto della fede, di un abbraccio, di un viso. Vitale, che la fine non la vedrà perché morirà prima che avvenga, dice: «Spesso ho avuto più paura della vita che della morte» e continua a lavorare nelle sue vigne, nell’attesa. Nessuno, anzi quasi nessuno, prende e scappa (le Fiji, l’Antartide, l’ipotesi del viaggio che non hai mai fatto non viene presa in considerazione). La comunità è sconvolta, sì, ma i bambini continuano ad andare a scuola, i vecchi a giocare a scopa, i giovani a bere birra, le signore a farsi la messa in piega o a preparare i tajarin all’uovo, le giovani coppie ad amarsi, progettando figli che non arriveranno mai. Le attività quotidiane non subiscono apparentemente troppi scossoni.

Il cedro del Libano di La Morra. Ph. Corrado Morando

Il cedro del Libano di La Morra. Ph. Corrado Morando

Ma i sentimenti sì. Davanti alla prospettiva di una fine imminente, ciò che più conta sembra l’idea di rinsaldare legami, di dare pace ai rimpianti, di salutarsi per bene, anche coi morti del cimitero. Quello che più conta sembra essere interrogarsi a fondo, cercare una profondità di rapporti di cui, forse, i ritmi veloci della vita di oggi ci stanno privando. I sentimenti, davanti alla prospettiva di una fine imminente, acquistano una purezza luccicante, nel bene e nel male. È come se non ci fosse più spazio per la menzogna. Come se ognuno, a un appuntamento così importante, volesse arrivare così come ha sempre voluto essere, così come è sempre stato.

Ieri E fu sera e fu mattina l’ho visto al Reposi a Torino, dove rimarrà ancora fino al 26 di marzo. E me ne sono innamorata per molte ragioni. Innanzitutto perché è un film bellissimo. Poi perché il regista, Emanuele Caruso, è un giovane coraggiosissimo, che ha sfidato l’idea di lavorare senza avere le spalle coperte da una produzione milionaria e da una distribuzione organizzata. Poi perché è un film prodotto “dal basso”, grazie alle molte persone che hanno aderito all’iniziativa di crowdfunding senza neppure sapere cosa ne sarebbe venuto fuori, e grazie a tutti quelli che ci hanno lavorato, magari di notte, magari dopo il loro lavoro “vero”, regalando a un’idea quel che di più prezioso ognuno ha: il proprio tempo. Perché è un film che respira con la terra, il territorio, e parla tanto in piemontese, ma che per fortuna ha anche i sottotitoli, per chi come me il piemontese non lo capisce. Perché è un film che mostra i luoghi che amo. Perché anche le colline di Langa, e non solo le capitali, hanno una loro grande bellezza.

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C’è una dimensione corale, nella realizzazione di questo film, un senso di comunità che è bellissimo e che tutti dovremmo promuovere: se il film ci è piaciuto, se vogliamo che anche le produzioni dal basso abbiano spazio nelle sale; e se, ogni tanto, ci chiediamo il valore del nostro tempo. E della nostra vita.

«Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina». Genesi 1,16-19

di Silvia Ceriani

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E fu sera e fu mattina
Regia Emanuele Caruso; soggetto Beppe Masengo, Emanuele Caruso; sceneggiatura Marco Domenicale, Emanuele Caruso con la collaborazione di Cristina Cocco; produzione Roberta Lampugnani, Deborah Sandri, Elisa Conti, Beppe Masengo; direttore della fotografia Cristian De Giglio; musiche Remo Baldi; attori Albino Marino, Lorenzo Pedrotti, Sara Francesca Spelta, Simone Riccioni, Francesca Risoli, Nicola Conti, Paola Gallina, con la partecipazione speciale di Giovanni Foresti.
Guarda il trailer del film, clicca qui.
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