Controtempo in rosa

Rose is a rose is a rose is a rose. Lui voleva una rosa rossa, perché a lei piacevano le rose. Ma poi gliene ha comprata una bianca. Perché rosse si regalano alle innamorate, non ai morti.

Scese dall’auto e attraversò lentamente la piazza. Lentamente, questo era l’avverbio che avrebbe potuto descrivere quella giornata nel modo migliore. L’incedere delle persone verso l’ingresso del cimitero, il soffio del vento. Ognuno avanzava con la propria storia di morte addosso, nel mezzo di un freddo mattino di inizio novembre, sotto un cielo fitto di nuvole. Camminavano frusciando, lentamente, muti, con un mazzo di fiori stretto nelle mani, mentre le foglie tracciavano bizzarre traiettorie nell’aria e si andavano a posare alle loro spalle, come a segnarne il cammino.

Rose-Cartolina

Girò per un po’ nel negozio di fiori, poi si recò al bancone e chiese alla fioraia delle rose rosse. La donna posò il mazzo di fiori sul bancone di fronte a sé, si guardò attorno e poi scosse la testa. Disse che rosse non le tenevano, che era spiacente, ma le avevano solo bianche o gialle. Osvaldo le chiese dove poteva trovare quelle bianche e lei gliele indicò. «Dall’altra parte del negozio» disse, «lì in fondo, su quella mensola, le vede?»
Lui annuì, ringraziò, poi attraversò il negozio e scelse una rosa con i petali bianchi come nevicati sulla cima di uno stelo lungo e esile. «Le rose rosse si regalano alle innamorate» disse la fioraia mentre avvolgeva la rosa in un foglio di cellophane, «mica ai morti, non crede?» Poi fece scivolare il fiore sul ripiano del banco verso di lui. Era piantato in un vaso di plastica forato sul fondo. «Prendo anche sei di queste candele» disse Osvaldo. La commessa prese le candele e le avvolse in un sacchetto e gliele diede. Osvaldo le mise nella tasca del cappotto, pagò, salutò e si incamminò senza fretta verso l’uscita.

Cercò con lo sguardo Riccardo e lo vide ancora seduto nella sua auto, il finestrino mezzo aperto, una mano sul volante. Stava fumando. Si mosse per raggiungerlo, ma quando Riccardo si accorse di lui spense la sigaretta, scese dall’auto e gli andò incontro a passo spedito. Quando lo raggiunse gli mise una mano sotto il braccio, voltò il viso verso di lui e gli chiese se andasse tutto bene. Osvaldo disse di sì. «Le ho comprato una rosa. A lei piacevano le rose. Gliene ho comprata una bianca. Rosse non le avevano. Solo bianche o gialle. Bianca va bene. Rosse si regalano alle innamorate, non ai morti. Non credi?» Riccardo non rispose.

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Si incamminarono in silenzio. Osvaldo avanzava con passo incerto, la schiena leggermente ricurva. Era come se all’improvviso tutto il peso del mondo avesse iniziato a gravare su di lui. Camminavano spalla contro spalla, attraverso i viali silenziosi del cimitero verso la tomba di Nina. La ghiaia scricchiolava sotto i loro piedi. «Nina si starà stupendo della mia visita» disse Osvaldo quasi fermandosi sul selciato, lo sguardo basso, coperto dalla tesa del cappello. Riccardo pensò che stesse vaneggiando. «Si starà stupendo» ripetè. «Sì. Era una sua teoria» disse Osvaldo con un lieve crepitio della voce. «Secondo lei, i viali dei cimiteri sono ricoperti di pietrisco per far sì che i passi facciano rumore. In questo modo, i defunti riconoscono la camminata dei loro cari, e sanno in anticipo chi si fermerà da lì a poco davanti alla loro tomba».

Quando arrivarono davanti alla tomba di Nina, Osvaldo si tolse il cappello e in preda all’emozione rimase qualche minuto a fissare la lapide. C’erano fiori, lumi che bruciavano in contenitori cilindrici rossi. Degli uccelli saltellavano e beccavano qua e là nel terreno. Prese la rosa e la sfilò dal vaso di plastica. Si chinò lentamente e fece un buco nella terra, con la mano a coppa, tolse manciate di terriccio e le accumulò lì accanto, formando una piccola montagnola. Poi infilò la rosa nel buco e ne ricoprì le radici con la terra che aveva scavato, premendola con il palmo della mano, mettendo ed esercitando un leggera pressione sul terreno attorno allo stelo del fiore. Quando finì si sollevò. Prese un vaso di ottone che era appoggiato sulla ghiaia lì accanto, andò alla fontana, lo riempì e ritornò alla tomba. Aveva i pantaloni sporchi di terra all’altezza delle ginocchia. Versò l’acqua attorno alla rosa e rimise il vaso dove lo aveva preso.

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Poi si pulì le mani strofinandole sul cappotto all’altezza dei fianchi, infilò una mano nella tasca e ne tirò fuori una confezione di candele basse e tozze. Tolse il nylon attorno al pacchetto, prese le candele una a una e le mise sul cumulo di terra sotto il quale era sepolta Nina, estrasse dalla tasca una scatola di fiammiferi, la aprì, ne prese uno, sfregò l’estremità rossa sul lato ruvido del pacchetto, il fiammifero emise uno stridore e poi si accese. Mise la mano a coppa attorno alla fiamma per ripararla dal vento, si chinò e accese le candele, una alla volta, lentamente, e quando la fiamma arrivava a sfiorargli la punta delle dita la spegneva soffiandoci sopra, prendeva dal pacchetto un altro fiammifero e accendeva le restanti candele, mettendoci tutto il tempo che richiedeva l’atto, lentamente, con cura, cautela, ci avrebbe impiegato anche un’eternità, se fosse stato necessario, o anche tutta la vita. Quando ebbe finito si sollevò e rimase a guardare le fiammelle che frusciavano al vento, e con il dorso della mano si asciugò le lacrime dal viso. Poi il vento cessò di soffiare e le nuvole abbassandosi avvolsero l’unica cosa che il tempo non era mai riuscito ad alterare: la morte.

di Emilio Sola

Emilio-SolaPer molti anni ho scavato. Mi sono impegnato in attività archeologiche in Toscana, in Molise, nel Lazio, e poi in Piemonte. Dal 2006 ho iniziato a collaborare con la rivista letteraria internazionale Storie all-write, per la quale ho pubblicato racconti e scritti giornalistici sul magazine on-line “leMAG”. Per altri editori, ho pubblicato Sette paia di scarpe di ferro (Percorsi 2006) e “Parliamo di lei” (menzione della giuria al concorso letterario “Carlo Levi”), in “Poesie e racconti 2006” (Carabona Editore, 2007). Scrivo anche sul mio blog personale, Ex libris – Storie dalla pattumiera e da oggi anche qui, sul blog del Salone del Lutto, e mi chiedo se questo non voglia significare qualcosa.

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