Nel profondo

Più che quel che sta a galla ad aver fascino è ciò che cola a picco, e che dal fondo osserva la luce che si infrange nell’acqua e nel sale. Gli abissi sono pieni di cose dimenticate, perse, lasciti di un’epoca alle sue successive: “relitti”, appunto. Interi mondi su cui si aggrappano alghe, conchigliette, forme di vita persistenti e che, presto o tardi, prendono un intenso colore blu misto ruggine, come se sempre avessero abitato nel profondo.

Il Cristo degli abissi, Camogli, ideato da Duilio Marcante

Il Cristo degli abissi, Camogli, ideato da Duilio Marcante

Camogli, 15 metri di profondità. Da sott’acqua due mani tese e un volto coperto d’alghe, muschi e altre incrostazioni. Il Cristo degli Abissi è il ricordo di una vicenda di morte subacquea: quella di Dario Gonzatti, uno dei primi in Italia ad addentrarsi nelle profondità del mare; e poi anche quella di Duilio Marcante che di questo Cristo sommerso fu l’ideatore. 250 chili di peso e due metri e mezzo di altezza, fu costruito fondendo e amalgamando tanti diversi oggetti di bronzo che si riuscivano a recuperare: cannoni, medaglie, campane, elementi navali ed eliche di sommergibili. L’azione dell’acqua lo avrebbe ormai completamente corroso, la vegetazione marina lo avrebbe completamente nascosto ma, di tanto in tanto, devoti sub si preoccupano di ripulirlo e di renderlo sempre visibile a tutti.

Uno dei gruppi scultorei di Jason deCaires Taylor, immersi nei fondali di Grenada

Uno dei gruppi scultorei di Jason deCaires Taylor, immersi nei fondali di Grenada

Caraibi, nei fondali Grenada le opere scultoree di Jason deCaires Taylor si ergono singole o a gruppi, misteriosi esseri ecosostenibili che riproducono la fragile ricchezza di un reef e che contribuiscono a rigenerarla. Centinaia di individui, in silenzio, un gruppo di bambini si tiene per mano e forma un cerchio, come se stesse giocando. Al loro gioco partecipano microorganismi e poi danze di pesci multicolori. La vita sta tornando in quei luoghi, attratta, forse, dalla bellezza dell’arte.

Ma il più delle cose l’uomo non le ha sistemate apposta, sott’acqua. Non le migliaia di carcasse di navi affondate nel mezzo dell’oceano o in prossimità delle coste: galeoni, piccole imbarcazioni, mercantili, piroscafi, galee e corazzate. Transatlantici. Mastodonti carichi di merci, tesori e persone. Non le fusoliere d’aereo, che quando ci penso mi viene in mente un film che mi terrorizzò da bambina: Airport 99. Corpi. Spesso neppure localizzabili. Spesso dimenticati per sempre.

Foto di Andreas Franke, parte del progetto The Sinking World

Foto di Andreas Franke, parte del progetto The Sinking World

A volte è come un sogno pensare che, là sotto, tutte quelle presenze stiano continuando a vivere, in una dimensione altra e profonda. Che le bambine giochino ad acchiappar pesci coi retini da farfalle, che sensuali massaie stendano sott’acqua collant che mai si asciugheranno, che i pugili si allenino a tirare di boxe. È un sogno pensare che il Sinking World immaginato da Andreas Franke, possa realmente esistere.

E infatti non può: perché tutto quel che affonda è lasciato a se stesso. È un relitto.

di Silvia Ceriani
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di luglio della rivista Illustrati. Clicca qui per leggerlo gratuitamente.

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