Il pranzo è servito

Come Truman Capote, Henry Hargreaves ha seguito alcuni condannati a morte nell’ultimo contatto con qualcosa di profondamente vivo, il cibo. Un oliva nera e solitaria, mezzo chilo di gelato alla menta con scaglie di cioccolato, la torta di noci pecan lasciata per dopo. Ha cucinato, fotografato: No Seconds.

Qualche anno fa ho posto rimedio a una grave mancanza e ho letto A sangue freddo di Truman Capote. E, tuttora, rimane uno dei libri che mi ha più colpita negli ultimi anni. Capote amava la bella vita, i parties, i black and white balls e tuttavia scelse di immergersi in un progetto che lo sconvolse profondamente. Il romanzo, uscito a puntate sul New Yorker, racconta infatti il periodo che separa due efferati omicidi dall’assassinio di un’ intera famiglia alla loro esecuzione: è come se Capote fosse entrato nel braccio della morte insieme a loro, condividendone idee, pensieri, turbamenti. E in un certo senso di lì non è mai uscito.

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Che senso ha parlare di Capote osservando la foto di un’oliva nera e solitaria servita in un piatto di porcellana? Apparentemente nessuno, senonché quell’oliva nera e solitaria è destinata a Victor Feguer, 28 anni, condannato per sequestro di persona e omicidio. E poi c’è il mezzo chilo di gelato alla menta e scaglie di cioccolato destinato a Timothy McVeigh, 33 anni e un incredibile numero di omicidi all’attivo; ci sono i gamberetti fritti e il pollo à la Kfc e le patatine fritte e le fragole, serviti tutti insieme a John Wayne Gacy, 52 anni, violentatore, pluriomicida e giustiziato con un’iniezione letale come i suoi colleghi… Sono gli ultimi pasti serviti ai condannati a morte. L’ultima gentilezza nei loro riguardi. L’ultima possibilità di scelta che gli viene concessa. Prima dell’iniezione letale, della sedia elettrica, della fucilazione.

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Dei tre che ho citato, come di molti altri si è occupato il fotografo neozelandese Henry Hargreaves, talvolta con il supporto di un amico chef, che si sta specializzando – a quanto si vede dal suo sito – in rappresentazioni non convenzionali del cibo. Possono essere variopinte mappe alimentari, hamburger che paiono arcobaleni, dispositivi elettronici fritti in olio ben caldo e dati “in pasto” a chi guarda. E poi ci sono i vassoi dei condannati, con il progetto No Seconds. A guardarli distrattamente, senza leggere le didascalie, si potrebbe semplicemente pensare: “oddio come mangiano male gli americani”; invece, se si presta attenzione alle parole che accompagnano le immagini, la sensazione prevalente è un disagio sottile e profondo al contempo. Sto guardando con morbosità, sto spiando. Mi sto chiedendo, anche, cosa avrei scelto io se…

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Henry Hargreaves ha fatto di più. Interessato alle scelte delle persone in fatto di cibo, ha letto tempo fa di una campagna per abolire l’ultimo pasto in Texas. Ha fatto ricerche. Ha approfondito. Ed è partito per gli States con un progetto in mente. Non so come abbia fatto a a percorrere parte dell’ultimo tratto di strada di tante persone, fatto sta che ci è riuscito. Victor vuole l’oliva, probabilmente è un fine esteta; Ted rifiuta di scegliere, quindi gli viene consegnato il pasto “tradizionale”, menù degustazione con bistecca, uova, fette biscottate, burro e marmellata; Ronnie fa una richiesta particolare: oltre all’aragosta e alla torta di mele con gelato vuole un film. Il suo ultimo pasto lo “gusterà” guardando Lord of the Rings. Per molti altri pollo fritto o altri cibi fritti, che Hargreaves in un’intervista ha commentato così: «La cosa che in qualche modo mi ha colpito era quanti di essi fossero dei sostanziosi pasti fritti, quello che ci piace chiamare comfort food. Nei loro ultimi momenti di vita, quelle persone volevano solo un po’ di conforto».

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Tra i pasti ce n’è anche uno che non è mai stato allestito, cucinato per due anarchici italiani, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, ai quali si serve brodo, spezzatino di carne, pane tostato e tè. E un po’ di tristissima giustizia retroattiva. Se vogliamo dare un senso, a questo modo di fotografare la morte, probabilmente dovremmo interpretarla così, come un lavoro di denuncia contro un’usanza barbara, ancora in vigore nel regno della democrazia. Un’usanza che troppe volte – anche una sola è troppo, in questo caso – coinvolge degli innocenti e rispetto alla quale le ultime cortesie per gli ospiti risultano ancor più agghiaccianti: cosa vuoi mangiare, caro, stasera? Posso prenderti le misure? Sai, dopo devi essere vestito a modino e perbene.

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E di queste cortesie per gli ospiti Henry Hargreaves è stato in parte responsabile: ha allestito vassoi colorati, talvolta li ha abbelliti con tovagliette di pizzo, anche nella scelta delle posate ha mostrato una certa cura. E ha coinvolto un amico cuoco perché cucinasse, perché preparasse qualcosa di buono. Poi quei pasti li ha fotografati, prima del servizio. Ed è un modo particolare di fotografare la morte, che coglie un desiderio, qualche pensiero, strane speranze, forse, come quella di Ricky Ray Rector, 42 anni e condannato per due omicidi, che non mangiò la torta di noci pecan dicendo alle guardie che la teneva in serbo per dopo. Per dopo.

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Io cosa mangerei se avessi la consapevolezza che quello è il mio ultimo pasto? Me lo sono chiesta e mi sono detta che probabilmente non sceglierei nulla. Invece nessuno ha fatto così. Gli ultimi pasti sono tutti abbastanza sostanziosi, proteici, colorati. Tranne in un caso, quello di Angel Nieves Diaz.

di Silvia Ceriani

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