Andar per mummie: Venzone #1

Seconda tappa del nostro viaggio tra le mummie d’Italia. Una tappa così ricca che la spezzettiamo in due. Siamo nel nord più profondo, all’umido e al freddo, eppure anche in queste condizioni avverse, dal pavimento del duomo iniziano a emergere corpi mummificati. Signori, oggi SdL vi porta a Venzone.

Il termine mummificazione sta a indicare un processo che blocca la decomposizione dei tessuti di un cadavere e lo preserva in forme simili all’aspetto originario. In linea generale, esistono due tipi di mummificazione: quella naturale propriamente detta, che è determinata da fenomeni per l’appunto naturali e nella quale il contributo dell’uomo è chiaramente irrilevante, e quella artificiale nella quale l’apporto dell’uomo è fondamentale. Quando la mummificazione è artificiale è anche nota come imbalsamazione e implica l’intervento di qualcuno che, come accadeva nell’antico Egitto, si assuma il compito di indurre la disidratazione del corpo e di prepararlo adeguatamente per evitare che nelle sue parti molli si avvii il processo di decomposizione.

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Perché si inneschi il processo di mummificazione naturale, è necessario che sussistano alcune particolari condizioni quali, innanzitutto, la temperatura elevata e la buona ventilazione dell’ambiente, che rendono secca l’aria agevolando la sottrazione di liquidi dal cadavere; è anche possibile che la mummificazione avvenga in ambienti freschi, purché molto asciutti e ventilati; nel caso di salme inumate, esse possono mummificare in terreni asciutti e porosi, ben predisposti ad assorbire rapidamente i liquidi; infine, alla disidratazione può contribuire lo sviluppo di particolari tipi di muffe e funghi idrovori sulla superficie del cadavere.

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Uno di questi funghi, noto col nome di Hypha bombicina pers.[1] e dalle notevoli capacità idrovore, attecchisce sulla superficie cadaverica disidratando il corpo e impedendo ai batteri della decomposizione di agire sui resti umani. In concomitanza con altri fattori è probabilmente la sua azione che sta all’origine della mummificazione dei corpi di Venzone, un piccolo paese nel nord del Friuli, in provincia di Udine. Come attesta già nel 1831 il Marcolini[2] nel suo lavoro dedicato al fenomeno, le “mummie spontanee” furono scoperte sepolte nel duomo di Sant’Andrea, edificato nel 1100 e consacrato nel 1338 – solo una di esse fu rinvenuta nell’antico cimitero adiacente. La costruzione delle tombe all’interno del duomo risale al periodo immediatamente successivo all’edificazione dello stesso: si tratta di 21 sepolture scavate nella pavimentazione dell’edificio e destinate, com’era usanza comune a quell’epoca, a seppellirvi i notabili della comunità, mentre ai cittadini di rango inferiore era riservata l’area del cimitero costruito intorno all’edificio ecclesiastico.

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Non tutti i sepolcri del duomo, però, erano ugualmente interessati dal fenomeno della mummificazione, benché essi fossero tutti simili quanto a tecnica di costruzione – piccole stanze tappezzate di mattoni e ricoperte da una lastra di marmo – e benché le condizioni ambientali fossero grosso modo le stesse. Per questo motivo per molto tempo quello delle mummie di Venzone è stato un mistero, e tuttora gli studiosi non sono pienamente concordi circa l’origine del fenomeno. Le tombe in cui si innescava il processo di mummificazione erano 13 soltanto, perlopiù situate nel piano elevato del coro, ai piedi della gradinata interna della chiesa, mentre alcune erano le sepolture scavate nella metà anteriore dell’edificio[3].

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Una delle mummie è grosso modo contemporanea all’epoca della canonizzazione della chiesa: la sua presenza è attestata a partire dal 1647, quando si dà notizia del ritrovamento di un corpo mummificato noto con il soprannome di “il Gobbo”, probabilmente risalente al periodo compreso tra il 1340 e il 1350[4]. Le altre mummie, invece, risalgono a un’epoca successiva, compresa fra il primo Settecento il primo Ottocento, di poco anteriore alle ricerche effettuate dal Marcolini[5] che, animato da curiosità scientifica e dalla volontà di venire a capo del mistero che circondava questi cadaveri, analizza le diverse tecniche di mummificazione e offre un’ampia panoramica di come questa pratica fosse radicata anche in Italia, citando moltissimi esempi, per poi trattare il caso specifico della sua ricerca.

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Marcolini ebbe modo di osservare che la peculiarità delle mummie di Venzone consistesse proprio nel fatto che il processo di mummificazione si era avviato nonostante che le condizioni ambientali in alcuni casi fossero particolarmente avverse[6]; parimenti si evidenziava che il processo, a parità di condizioni – e talvolta di tumulazioni avvenute nello stesso sepolcro –, non aveva ugualmente interessato tutti i cadaveri[7]. Non pochi all’epoca, per giustificare il fatto che alcuni corpi si mummificavano mentre altri si decomponevano adducevano l’ipotesi che «quelli esclusivamente i quali erano in vita sani e robusti, sieno suscettibili di una tale conservazione[8]». Marcolini esplora dunque diverse cause di questa misteriosa mummificazione e valuta con attenzione i pareri espressi dai colleghi medici, compie analisi necroscopiche approfondite sui cadaveri ed esperimenti di vario tipo per testarne la reazione a diversi agenti chimici, ma non giunge a una conclusione completamente soddisfacente ed è costretto ad arrendersi al mistero: «Io inclino a credere finalmente che certi cadaveri dopo morte violenta od acuta infiammatoria, collocati nei tante volte ripetuti luoghi a Venzone, convertansi in mummie acidificati dal gas idrogeno-carbonato-fosforato. Ma offro questo pensamento, e giovami pure ridirlo, come una semplice congettura lontana assai da quella filosofica dimostrazione cui avrei desiderato di procacciare alla conclusione di questo Articolo, e che altri meglio di me e più agevolmente potranno in appresso ottenere[9]».

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Per parte sua, il medico la presenza dell’Hypha bombicina pers. l’aveva constatata[10], ma senza arrivare alla conclusione che potesse essere questo fungo l’agente responsabile della mummificazione. Infatti l’azione del fungo fu direttamente connessa alla presenza delle mummie soltanto secoli dopo. Molti studi, anzi, tendono a stabilire un concorso di cause: l’azione dell’Hypha bombicina pers. e la presenza in alcune tombe di condizioni ambientali particolari ed esclusive che, grazie alla specifica composizione del sottosuolo, facilitavano la rapida eliminazione dei liquidi cadaverici, portando al rapido essiccamento dei corpi morti disidratandoli[11].

… ma la gente, i vivi, come l’avranno accolta la presenza delle mummie? Se vuoi saperlo, basta aspettare la seconda parte della storia, in arrivo tra qualche giorno … to be continued

di Silvia Ceriani
Questo articolo è parte dell’intervento Questo è il mio corpo. Mummie e scheletri di santi canonici e di santi del popolo pubblicato sul volume Memento Mori. Il genere macabro in Europa dal Medioevo ad oggi. Atti del convegno internazionale, Torino, 16-18 ottobre 2014 pp. 121-138.

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Note
[1] A identificare il batterio e a dargli un nome fu, nel 1829, Biasoletto, il direttore del giardino botanico di Trieste.
[2] F.M. Marcolini, Sulle mummie di Venzone, Milano, Società tipografica de’ classici italiani, 1831. L’autore era medico primario dell’Ospedale civico di Udine e del brefotrofio della stessa città, membro onorario dell’Accademia di scienze letterarie e arti di Modena, corrispondente della Cesarea regia di scienze, lettere e arti di Padova, della Società di medicina di Livorno, degli Atenei di Venezia e di Treviso, vicepresidente dell’Accademia di Udine.
[3] Cfr. E. Miniati, Le mummie di Venzone, in “Prospero. Rivista di Letterature Straniere, Comparatistica e Studi Culturali”, XV (2009), pp. 63-73, p. 65.
[4] La datazione del “Gobbo” è stata resa possibile grazie a numerosi esami radiologici effettuati sulle mummie nel 2004, che presero in considerazione il livello di porosità delle ossa sopravvissute oltre a molti altri parametri. Si veda in proposito F. Cavalli, Le mummie egizie del Museo Civico di Trieste attraverso l’analisi mediante TC ad alta definizione: modelli d’indagine e risultati, in Imaging in mummiologia ed antropologia fisica, Gradisca d’Isonzo, Accademia Jaufrè Rudel di studi medievali, 2008, pp. 39-54.
[5] «Si rinvenne quella [la mummia, ndr.] dal corpo formata del fu Don Francesco Tomat, morto in età di anni 77, e tumulato ai 4 febbrajo del 1826: quella stessa che io adoperai per l’esame anatomico. In appresso i becchini ne rinvennero un’altra, ch’era quella del fu Gio. Battista Malpillero, morto in età di anni 79, e tratto dalla tomba nel febbrajo 1829, dopo due anni ch’era stato seppellito». F.M. Marcolini, Ivi, p. 48.
[6] «Nella tomba presso la porta laterale a destra i cadaveri convertonsi in mummia a malgrado che ben di spesso nuotino per entro all’acqua». Id., Ivi, p. 45.
[7] Il caso più significativo citato da Marcolini riguarda senz’ombra di dubbio quello di un bambino che condivise la stessa sepoltura del già citato Mapillero. A parità di condizioni di calore, umidità, esposizione al sole e agli agenti atmosferici, l’aspetto dei due cadaveri presentava significative differenze. «Riapersi posteriormente eziandio la stessa tomba, d’onde erasi tratta la mummia del Malpillero, entro la quale, avanti sette mesi appena, erasi posto il cadavere di un fanciullo dell’ età circa di anni otto. La cassa che contenevalo era quasi nuova e ben chiusa; ma il cadavere era però onninamente dalla putrefazione distrutto, nè di esso rimanevano che ossa disciolte e corrose entro una tunica nera di tela fatta a guisa di quella d’un fraticello, la quale era bensì umida , ma tuttavia senza guasto veruno». Id., Ivi, p. 50.
[8] Id., Ivi, p. 53.
[9] Id., Ivi, p. 121.
[10] «I cadaveri, siccome venne in addietro accennato, indistintamente seppellisconsi vestiti ed in cassa coperta. Un anno basta ordinariamente a tramutare in mummia quelli che di tale cambia mento sono suscettivi; ma più perfetta raccogliesi scorso all’incirca il periodo di due anni. Talune volte le casse sono ben conservate, fradicie talune altre, lo che osservossi avvenire delle vesti. Allorchè esse mummie rinvengonsi, sono sempre tutte del pari, sebbene più e meno qua e là coperte da un Hypha bombicina pers., che d’ordinario mantengono lungo tempo, dacchè furono riposte nel sotterraneo entro cui si vedono ignude, e col solo berretto a croce, se in vita hanno appartenuto ad un sacerdote». Id., Ivi, p. 60.
[11] E. Miniati, Ivi, pp. 67-68. Fondamentale, nella composizione del sottosuolo, è la presenza di un’alta percentuale di gesso, che avrebbe assicurato il rapido assorbimento dei liquidi cadaverici. Parzialmente contrario a questa tesi che attribuisce all’Hypha bombicina pers. una sua funzione specifica è invece A.C. Aufderheide, Ivi, p. 194. L’autore, paleopatologo dell’Università del Minnesota, ritiene infatti che il suolo ben drenato e la protezione che la copertura e le fondamenta della chiesa assicuravano alle tombe fossero motivi più che sufficienti a giustificare la mummificazione dei corpi di Venzone.

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