L’amore, la morte e il rebozo amaranto

Si è conclusa da poco, a Genova, Frida Kahlo e Diego Rivera, la grande mostra dedicata ad approfondire i rapporti personali e artistici fra i due artisti messicani. Trovare un percorso luttuoso al suo interno non è stato facilissimo, ma poi una foto ha dato l’orientamento, divenendo il punto di partenza per ricostruire una serie di flash.

Primo flash
All’inizio degli anni Trenta, Frida Kahlo incontra Nickolas Muray, fotografo di origini ungheresi che nel 1913 era sbarcato negli States, a Ellys Island in cerca di fortuna. I due instaurano una relazione appassionata, piena di contraddizioni, di bugie anche, in cui Muray per una decina d’anni s’illuse di poter fare sua la donna di un altro. Di un altro avrebbe continuato a esserlo fino alla fine, nonostante i tradimenti, i litigi, il divorzio, i sentimenti calpestati troppe volte, le umiliazioni subite. Di questa relazione tra il fotografo e la pittrice restano tracce molteplici, negli scatti che imprimono tutti i colori del Messico.

Frida, New York, 1946

Frida, New York, 1946

Frida con la camicetta di raso blu, New York, 1939

Frida con la camicetta di raso blu, New York, 1939

Frida è ritratta in posa sui tetti di New York, il gonnellone azzurro bordato di pizzi bianchi e la camicetta rossa e gialla. Vederla in posa lì sopra è straniante, sembra un personaggio fuori contesto, una spennellata di sole nel grigio di una città che ci si aspetta cromaticamente diversa. Frida ha la camicetta di un blu elettrico. Frida ha la testa adorna di fiori rosa e aranciati. Il suo abito è scuro, ma sono i colori a emergere in modo prepotente dallo scatto: lo sfondo verde intenso coi fiori bianchi, le labbra pittate di rosso, le guance colorate a fare risaltare, prepotentemente, i tratti del volto. Frida è bellissima, bella di una bellezza classica, con indosso il suo rebozo amaranto. Fissa l’obiettivo quasi a bucarlo, consapevole di chi è, di che cos’è, dell’amore che il fotografo prova per lei.

Sono disorientata. Ogni scatto è più bello dell’altro e non saprei quale scegliere, per la copertina di un libro, di una rivista, come simbolo di questo amore folle e incondizionato e come rappresentazione della Frida più Frida. Vogue la sua scelta la fece, dedicando alla Frida su sfondo verde una sua copertina del 2012.

Frida sulla panchina bianca, New York, 1939

Frida sulla panchina bianca, New York, 1939

Frida Kahlo, Classic, 1939

Frida Kahlo, Classic, 1939

Secondo flash
Diego Rivera, per parte sua, scelse un’altra immagine. Tra il 1946 e il 1947 il pittore realizzò uno dei suoi più famosi murales: Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central (sogno di una domenica pomeriggio nell’Alameda Centrale). La sua ubicazione originaria era il ristorante Versailles dell’hotel del Prado, ma in seguito al terremoto che colpì città del Messico nel 1985 l’opera fu restaurata e trasferita al Museo Mural Diego Rivera, costruito appositamente per ospitarla.

Com’è nello stile di Diego, il murale è una poderosa opera collettiva. I personaggi sulla scena sono moltissimi e coprono circa 150 anni di storia messicana. C’è l’autore, ritratto con le sembianze di un bimbo. C’è Frida Kahlo col suo rebozo amaranto, ritratta nella stessa identica posa in cui l’aveva colta Muray, ma con una differenza significativa: la donna stringe nella mano sinistra il simbolo dello yin e dello yang, a dichiarare la concezione dualistica della vita che era propria della pittrice. Ci sono molti altri personaggi, tra cui spicca José Guadalupe Posada, il celebre incisore messicano precursore dei movimenti artistici e grafici nati dopo la rivoluzione del 1910.

Diego Rivera, "Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central", 1946-47, particolare

Diego Rivera, “Sueño de una tarde dominical en la Alameda Central”, 1946-47, particolare

In centro al quadro, tra Posada e il bimbo Rivera c’è lei: la calavera Catrina, la nobildonna scheletrita con il suo sfarzoso copricapo. Rivera la dipinge con indosso un altro abbellimento: una stola di piume che riproduce le fattezze del serpente Quetzalcóatl, un altro simbolo di dualità – ma proveniente dalla cultura preispanica – oltre al già citato yin e yang, e fra le divinità più importanti del pantheon azteco. Il serpente piumato rappresenta il principio fondamentale della cultura nahuatl, secondo la quale ogni cosa è duale: gli uomini e gli dèi, il cielo e la terra, la morte e la vita. Non stupisce che Diego Rivera lo abbia voluto immortalare: profondo conoscitore della cultura preispanica, ne utilizza spesso i simboli nelle proprie opere.

Terzo flash
Frida era la più giovane dei tre, ma fu la prima ad andarsene. Morì a soli 47 anni di embolia polmonare. In uno dei suoi ultimi autoritratti si dipinge come un girasole sbiadito e appassito. Il tempo della fine è vicino. Diego non le sopravvive di molto, e tuttavia fa ancora in tempo a sposarsi una volta, con Emma Hurtado. A un anno dalla morte della sua amata Frida, le dedica un piccolo quadro, a testimonianza di un amore difficile, tormentato, ma verissimo. «Hoy hace un año: Para la niña de mis ojos, fisita mia el 13 do Julio de 1955 (Un anno oggi: per la pupilla dei miei occhi, fisita mia, 13 luglio 1955)».

Muore nel 1957, a Città del Messico. Sulla parete, sopra il suo capezzale, c’è una foto. La Frida con il rebozo amaranto, che Muray aveva fotografato e che lui stesso aveva dipinto. Un ricordo indelebile per tutti.

Diego Rivera, Hoy hace un año : Para la niña de mis ojos, fisita mia el 13 do Julio de 1955

Diego Rivera, Hoy hace un año : Para la niña de mis ojos, fisita mia el 13 do Julio de 1955

Quarto flash
L’ultimo ad andarsene fu Nickolas Muray, ma non è con la sua morte, che voglio chiudere, bensì con un’altra famosa foto che fu ritrovata sul comodino, di fianco a un letto di morte. Muray fotografò molte dive e molti personaggi famosi. Fra tutti, aveva un’adorazione totale per Claude Monet e fu emozionatissimo all’idea di incontrarlo e di poterlo fotografare. I suoi scatti ritraggono un grande vecchio, dalla lunga barba bianca e saggia. All’indomani delle stampe, Muray inviò le proprie foto a Monet che, molto carinamente, gliele rispedì autografate. Non tutte, però… Una di esse era accanto a lui, quando morì nel 1926. Muray doveva ancora incontrare Frida. E Diego.

di Silvia Ceriani

Per scrivere questo articolo mi sono avvalsa dei cataloghi delle due mostre, entrambi pubblicati da Skira: Frida Kahlo e Diego Rivera e Celebrity Portraits. Quest’ultima si è svolta sempre a Genova, a Palazzo Ducale, in contemporanea con quella dei due artisti messicani, e ha illustrato il lavoro di Muray non solo come ritrattista di Frida, ma anche di molte altre celebrities e il suo fondamentale lavoro nel campo della pubblicità.

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