Dodici a mezzanotte

Chi lo ha detto che desideriamo tutti un amore eterno? E che una vittoria vuol dire successo? E che il sogno più bello è andare all’altare vestite di bianco. Chi lo ha detto? Luigi Pellini ci porta in un viaggio, scandito dalle ore, dal pranzo alla mezzanotte. E ognuna è peggio dell’altra, se possibile. Oggi le prime tre.

Ore 13 – Morte apparente

Più che le campane, furono i languori. Al tredicesimo rintocco la camera ardente si svuotò di tutti gli amici del baretto, lasciando Serena da sola a vegliare sulla salma di Michele, suo marito. Lui ci aveva messo 65 anni a morire, di cui 42 in sua compagnia. Mariti di donne più favorite dal fato si erano spenti verso la cinquantina. Ma lei, Serena, non era mai stata particolarmente fortunata con le morti.
Sua madre era morta troppo presto, suo padre troppo tardi.

Michele lo aveva sposato perché al tempo le era sembrato una splendida via di uscita, un salvacondotto verso la felicità. Ma la felicità è una promessa. E sul dorso di una lumaca ci aveva impiegato più di quindicimila giorni prima di bussare alla sua porta.
Poi, una mattina, aveva chiamato Michele per bere il caffè, ma lui aveva smesso di respirare da ore. Non sai mai in quale modo ti può sorprendere una bella giornata.

Ora le toccava quell’ultimo sforzo: vegliare su quella cosa con la sola compagnia di una scomoda sedia di legno e un cuscino.
Si soffermò ad osservare la cappelletta del cimitero. Era vuota, scura, disadorna. Il mosaico alle finestre strozzava la luce del sole, che in quell’autunno piovoso già non godeva di buona salute. La bara era al centro della stanza, a qualche metro da lei.
Si sciolse nei suoi pensieri, trasognante. Il futuro, i viaggi, il silenzio, la pace.
Un colpo di tosse la riportò alla realtà.

«Chi è?» chiese Serena. La sua voce rimbalzò in una eco poco rassicurante. Si voltò a guardare verso la porta, ma non c’era nessuno.
Un colpo di tosse. Un nuovo colpo di tosse. Un terzo colpo di tosse.
I suoni venivano dalla bara in legno grezzo, che in quel momento le parve un pozzo scavato sull’aldilà.

«Quanto diavolo ci vuole a portarmi un cazzo di caffè?» urlò Michele. Poi si sollevò un istante dal feretro, diede una rapace occhiata in giro, e ritornò immediatamente in posizione. Bestemmiò. Raschiò la gola in cerca di sollievo. Provò a muoversi ancora ma era tutto indolenzito, faticava a spostarsi. Tra le mani stringeva un rosario.

«Che significa?». chiese in modo autoritario. Dal giaciglio imbottito vide emergere il volto di sua moglie. Era vestita di nero. «Pensavate che fossi schiattato? Ma io non sono schiattato. Ti piacerebbe, eh».
Lei aveva un’espressione sorpresa, all’inizio. Non sapeva che dire. Poi gli sorrise. «Che minchia ti ridi?» abbaiò lui.
«Rido» rispose, Serena «perché tutti ti credono morto, vecchio bastardo». E gli pigiò con forza il cuscino sulla faccia.

Ore 14:00 – Scacco matto alla Morte

Il cielo era grigio. Acciaio. Foderato di nuvole dense e cupe. Della tempesta di fulmini che esplodeva dentro di sé, restituiva solo qualche bagliore. Un vento tiepido e anemico gli sollevava i capelli, facendoli ricadere mollemente. Non aveva idea di dove fosse. Sotto di lui, a strapiombo, mormorava il mare. Un’acqua impenetrabile e antica si agitava come l’anima stanca del mondo. Avrebbe detto di essere sul ciglio di un fiordo, ma la Morte seduta davanti a lui suggeriva che nessun Gps poteva condurlo lì.

«Sono appena le due» gli disse la Morte. «Sarà un pomeriggio lungo».

Il-settimo-sigillo

Salvatore si concentrò sulla scacchiera. Era in vantaggio.

Non ricordava di essere deceduto. Improvvisamente si era ritrovato a camminare in quel paesaggio etereo accanto alla Nera Signora. Anche se lei era uno scheletro vestito di stracci bui, impugnava una falce affamata e aveva due abissi al posto degli occhi, non aveva paura. La vita si vive, la morte si muore. E lui era morto, non c’era nulla da temere.
La prima a rompere il ghiaccio era stata lei.
«Ti va di giocare a qualcosa? Sto vivendo di noia».

Salvatore che era bravo a capire le situazioni, colse la palla al balzo. Era stato un politico abile. Avrebbe sicuramente ottenuto qualcosa da quella richiesta.
«Perfetto. Che ne dici di una partita a scacchi?».
«Originale» gli rispose la Morte. «Mai nessuno che dica badminton. Adoro il badminton. Un po’ di movimento fa bene alla salute. Se ne avessi fatto un po’ di più, non saresti qui».
«Pensavo che ti piacessero gli scacchi».
«Disinformazione. Comunque, come preferisci. Che scacchi siano. Speriamo non duri troppo questa agonia.
Camminando trovarono due sedie e un tavolo apparecchiato per gli scacchi».

«Che ne dici di mettere un po’ di pepe alla partita?» chiese Salvatore. «Che ne dici di fare una scommessina? Se vinco io, torno in vita. Se vinci tu…».
«Ah ha» rispose la Morte. «Mai sentita nemmeno questa. Se vinco io guarderai le foto delle vacanze. Ho una valle tutta mia nel National Park, in California. A ogni modo devo avvisarti».
«Di cosa?».
«Sono una pessima giocatrice di scacchi. E anche se può sembrarti vantaggioso, la cosa non ti piacerà».

Salvatore pensò che era stato astuto, e che la situazione si metteva bene per lui. La partita cominciò. Dopo diverse ore in cui Salvatore meditava ogni mossa, e la Morte muoveva pedine a caso,
Salvatore esclamò: «SCACCO MATTO!».
La Morte annuì. «Hai vinto» sentenziò. «Sei sicuro di voler riscuotere il premio? La prossima volta che passerò a mieterti sarà tra trentanni. Trent’anni sono lunghi da vivo».
Salvatore si fece una risata. «Bene» disse. «Meglio. Quello che non ti ho detto è che sono un campione di scacchi! Adesso fammi tornare in vita».

«Come vuoi».
La Morte tirò fuori una Smemoranda e una gomma, e cancellò il suo nome.
Buio. Salvatore si guardò intorno ed era buio. Poteva sentire il suo respiro. Era nel suo letto, era sdraiato. “Bene” pensò. “Sono vivo, ottimo”. Poi fece per tirarsi su ma andò a sbattere immediatamente con la testa contro qualcosa di soffice e duro. Provò ad allargare la braccia ma trovò un altro ostacolo. Era chiuso da qualche parte.

«AIUTO» gridò. «AIUTO».
Ma nella lussuosa bara in rovere nella quale era stato seppellito, nessuno poteva sentirlo.

Ore 15:00 – Bianco

Mela era vestita di bianco. Avvolta da un pomposo e barocco abito da sposa in eccesso di organza. I capelli neri e vaporosi erano scientificamente posizionati sulle sue spalle. Era pallida quel giorno, era bellissima. Un giglio cresciuto sulla bocca della notte. Il prete non riusciva a toglierle gli occhi di dosso, occhi pieni di sorpresa.

Sulle panche, in ordine sparso: cugini, sorelle, amici, curiosi e il promesso sposo. Maria, sua madre, si era unita alle altre piangenti. Claudio, il padre, se ne stava con la faccia austera nei pressi della figlia. Presto la funzione sarebbe iniziata archiviando per sempre quella storia.

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«Non voleva sposarsi» disse una ragazzina nelle retrovie. «E alla fine l’ha fatto…» rispose l’amica. Entrambe scoppiarono a piangere, abbracciandosi.
Lo sguardo di Mela era fisso, andava oltre, dove nessuno tra quelli in chiesa avrebbe potuto guardare. I fiori, le scarpe, il vestito da sposa. Tutto era troppo, grottesco, assurdo.
Claudio si avvicinò alla figlia con aria di sfida, con il volto teso e duro che diceva “alla fine ho vinto io”. Le diede un bacio senza amore, poi, rivolgendosi a due uomini ordinò: «Chiudete la bara!». A seguire: lacrime, pianti, disperazione.

Alle tre in punto le campane suonarono a morto. Il funerale di Mela poteva iniziare. Tutti sapevano che si era tagliata le vene, che per sfuggire a quel matrimonio ordinato da suo padre si era chiusa in bagno e aveva scelto di liberare il sangue, di andare altrove. Ma la versione ufficiale, la versione per il prete, era “infarto”. Diciotto anni, infarto.

Quell’ultimo irrevocabile rifiuto era piantato nell’orgoglio di Claudio come una spina avvelenata, come una vergognosa macchia sulla sua autorità. Un’incrinatura del suo potere. E così, visto che non poteva più decidere della vita di sua figlia, dispose della sua morte.
Seppellita in abito da sposa. Sì, aveva vinto lui. Ancora. E ancora.

Quella sera, Claudio pensò che era l’occasione giusta per ubriacarsi. Il vino a poco prezzo del bar del paese avrebbe lavato come un fiume salvifico il dolore. L’ebrezza lo avrebbe sollevato con le sue ali, riportandolo alla grandezza, alla vertigine dove tu sei il centro, e il resto del mondo ti ruota intorno. “Che Dio benedica il vino” pensò. “Che Dio maledica il sangue ingrato”.

Uscì dal bar quando il sole era spento. Ciondolò rimbalzando tra una parete e l’altra dei muri del paese. Respirava a grosse boccate, producendo suoni catarrosi. Di tanto in tanto appoggiava un braccio a una casa, piegandosi in due per vomitare, ma non vomitava mai. Lentamente riprese la via. Piccoli passi da ballerino. Cadde. Si rialzò, imprecando.

Fece altri due metri e rovinò nuovamente. Questa volta non sarebbe stato tanto facile alzarsi. Si concesse una risata cupa, violacea come il vino che gli fermentava nell’anima. Poi finalmente qualcuno gli tese una mano e lo tirò su. L’aria era fredda e ostile.

«Ciao Papà» gli disse Mela.
Claudio sgranò gli occhi. Lei era davanti a lui. Vera. Reale. Pallida, vestita nell’abito da sposa. Era così bianca che risplendeva di un lucore alabastrino.
L’uomo strappò il braccio dalla presa della figlia. «Che vuoi?» le gridò ostile. «Sei venuta a chiedermi scusa?».

«No Papà» rispose lei. Nelle vene svuotate le circolava il fuoco. «Sono venuta a prenderti per accompagnarmi all’altare» gli disse. Con entrambe le mani lo artigliò ad un braccio, trascinandolo all’Inferno.

Luisdi Luigi Pellini

Luigi Pellini. Dal 1976 progetto il dominio del mondo. Ho comprato un kit, ma le istruzioni sono in inglese e, per la miseria, io non lo parlo. Scrivo praticamente da sempre, anche se ho in attivo una sola pubblicazione con Dbooks, Mendicanti d’autunno. Uno dei miei racconti L’elfo di saggina ha vinto (per chi lo conoscesse) un neropremio, organizzato dal sito La tela nera. Scrivo su un blog “pensieridatergo” con la scrittrice e apostata del male Vera Q. Ho recentemente realizzato un fumetto con il fumettista Tommaso Bianchi, e nell’altra mia vita sono un copywriter.

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2 pensieri su “Dodici a mezzanotte

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