Angelo e Marie: un marito, una figlia

Due fotografi. Due esperienze fianco a fianco con la malattia. Di quelle che non lasciano tregua, e vincono. Due lavori che prendono strade diverse: uno concentrandosi sui cambiamenti di un corpo giovane e bello, dando come un’anticipazione del lutto, l’altro scegliendo un simbolo, i fiori, per affrontare la morte e l’assenza.

Del lavoro di Angelo Merendino ho già parlato, fra le righe. La sua storia d’amore con Jennifer è intensa e perfetta. Appena la incontra, nel 2005, sa di averla trovata. Da Cleveland si trasferisce in breve tempo a Manhattan, dove lei vive e lavora e da allora tutto procede a un ritmo vorticoso. La convivenza, il matrimonio, la felicità. Anche la fine. A soli cinque mesi dal “sì”, a Jennifer viene diagnosticato un cancro al seno. E la condizione della coppia cambia improvvisamente. Quando lei glielo comunica, al telefono, Angelo parla di una sensazione di intorpidimento, una sensazione che dura tuttora.

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La felicità si trasforma in una sfida. Una sfida che se si è innamorati si porta avanti insieme, perché il concetto di sopravvivenza si allarga, e riguarda il malato, ma anche chi ne condivide il percorso. Il cancro molla la presa per un po’, lascia che la coppia si riprenda lentamente e cautamente i suoi spazi. Ma poi torna nell’aprile del 2010 e lo fa con una violenza inaudita. È sceso nel fegato, nelle ossa. Per Angelo non ci sono risposte, se non la più semplice, vera e immediata. Guardare la malattia attraverso lo strumento di cui si è sempre servito – l’obiettivo della macchina fotografica – e catturare con questo le immagini di una quotidianità sempre più fragile, fatta di deambulatori, ospedali, aghi… «Non pensavo di farne un libro o una mostra, queste foto erano frutto di una necessità» scrive Angelo sul sito dedicato alla sua storia con Jen e alla loro battaglia.

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Su suggerimento di un amico, queste foto diventano pubbliche. Attraverso internet la vicenda di Angelo e Jen diventa globale, e a centinaia arrivano i messaggi di incoraggiamento da tutto il mondo. Fino al 22 dicembre 2011, alle 8,30 del mattino quando Jen muore nella propria casa, circondata da un amore travolgente e pieno. La sua storia, questo senso di lutto anticipato che la malattia ti concede è diventata una mostra, un libro, un’occasione continua di confronto. Angelo l’ha trasferita tutta sul web, nel progetto “My wife’s fight with breast cancer – The battle we didn’t choose”. Un progetto dove Jen ancora oggi regala un insegnamento fondamentale: «Ama ogni pezzetto delle persone nella tua vita».

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Altrove, una giovane donna si confronta con la morte del padre. Lei si chiama Marie Gruel, è nata nel 1984 e vive a Parigi. Complessivamente, ci racconta molto meno di Angelo Merendino. Il suo non è un viaggio nella malattia, nel cancro. E ai nostri occhi inizia proprio da quando il lutto si è ormai consumato. Il suo progetto inizia quattro anni dopo la morte, e noi il volto di quel padre battuto dal cancro non lo conosceremo mai.

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Quel che ci è dato conoscere, invece, è la morte sublimata in un oggetto carico di significato: i fiori. Non ci avevo mai pensato ma, dal punto di vista olfattivo, i fiori sono ciò che ci fa meglio percepire la morte. Li compriamo freschi, poi appassiscono o marciscono. E magari il marciume se ne sta lì per un po’, nel vaso, prima che ci decidiamo a buttarli. Non capita con molte altre cose, a meno che non siano nascoste – un cespo di insalata nel frigo, della carne andata a male… I fiori sono ciò che ci mette più a diretto contatto con l’essenza della decomposizione.

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Quando muore il padre di Marie, la salma viene esposta in salotto. Tutta la famiglia veglia intorno alla salma, e nel frattempo la stanza si riempie di fiori. Il salotto si trasforma come in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, un luogo irreale popolato dal lutto, dal dolore e dai fiori. Marie lo scrive sul suo sito: «Quei giorni sembrano così irreali che sto avendo problemi nel ricordare come ho trascorso il mio tempo dall’arrivo di mio padre in salotto. Le ore passano… I bei fiori si accumulano in questa enorme stanza». I fiori sono una manifestazione d’amore, di affetto, ma Marie, che li ha sempre amati, improvvisamente si sente spiazzata e non sa più se rappresentino la vita o la morte. E dopo il funerale decide di odiarli tanto intensamente quanto li ama…

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Per molti anni non fa nulla, poi è finalmente pronta ad analizzare con il suo mezzo, la fotografia. I fiori ritornano, ma non sono girasoli sgargianti. Si tratta di petali appassiti, stropicciati, dai colori tenui o cupissimi, incorporati in altri oggetti e collocati su uno sfondo scurissimo. Il suo progetto si chiama “Flowers for Daddy” ed è meravigliosamente intenso.

di Silvia Ceriani

Ho letto da qualche parte che il cancro non è un’invenzione contemporanea. Esisteva già nell’antico Egitto, come mostrano studi recenti di paleopatologia. L’elemento tipicamente contemporaneo, invece, è il livello di incidenza. Basta guardare la Global Cancer Map online per farsene un’idea. Né Angelo né Marie erano forse pronti ad affrontare la malattia, psicologicamente, ma entrambi sono ricorsi alla fotografia per interpretarla, per analizzarsi. I loro lavori vanno visti.

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