Il contagio dei sogni

Quando programmo, metodicamente, la gita alla Scarzuola so che gli agganci luttuosi sono pochi, forse inesistenti, ma so anche che ne parlerò. Ho visto qualche foto del luogo e, immediatamente, ne ho subìto il fascino. Quello dei sogni che in parte, lentamente, un pezzo dopo l’altro, prendono concretezza e che generano altri sogni. I sogni contagiosi c’è chi li idea e chi li subisce: la Scarzuola è uno di essi.

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L’anno è appena iniziato. Ci sono poche ragioni per restare a Torino. E così dirigiamo la macchina a sud, nel centro più centro d’Italia. In provincia di Terni, in realtà, è Narni a contendere ad altre località il ruolo di centro geografico della nostra penisola. Ma mi piace pensare che anche Montegabbione e la località Scarzuola potrebbero farlo. Essere un po’ l’ombelico, il ventre, la madre da cui tutto nasce e a cui, forse, tutto torna. (Non so se la morte possa essere vista così, come un ritorno allo stato liquido. In fondo, nessuno è mai tornato indietro ad affermare il contrario). Dicevo, dirigiamo la macchina a sud, per essere lì dopo più di cinque ore di macchina, alle 14 in punto. La puntualità è raccomandabile: raccolto il gruppo, infatti, si chiudono i battenti. Chi arriva in ritardo deve aspettare il turno successivo, alle 11 del giorno dopo.

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L’anima della Scarzuola si può ricondurre a due matrici. La prima decisamente antica. Pare infatti che proprio qui San Francesco d’Assisi nel 1218 avesse costruito una capanna utilizzando il legno di una pianta palustre chiamata scarza. Successivamente vi furono eretti una chiesa – nel cui abside è ritratto il santo in levitazione – e un convento, gestiti dai frati fino al ’700, quando la proprietà fu rilevata dai marchesi Misciatelli di Orvieto. La seconda matrice, invece, è riconducibile agli anni Cinquanta del secolo scorso, al nome di Tomaso Buzzi.

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Nato a Sondrio nel 1900, Buzzi fu un personaggio cui la definizione di “poliedrico” calza a pennello. Urbanista, designer, restauratore, editorialista della rivista Domus, direttore artistico della Venini a Venezia, e poi ancora progettatore di mobili, ceramiche, pizzi e merletti, lampade, orologi e ogni tipo di oggetti d’arredo, architetto ufficiale della nobiltà e dell’alta borghesia italiana… Inutile soffermarsi sulla sua cultura ricca, approfondita, illuminata, alimentata da vastissime conoscenze letterarie e da un’ammirazione sconfinata per il periodo umanista, dove sono da ricercare molti dei riferimenti architettonici del suo lavoro.

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Nel 1956, la Scarzuola diventa un laboratorio di ideazione. Il progetto di Buzzi è quello di costruirvi una «città ideale», ispirato anche dalla lettura del Polifilo di Francesco Colonna, che nel 1499 descrive una città incontrata nel sogno e composta da piramidi e obelischi, fontane e templi in rovina, iscrizioni e simboli. Buzzi l’aveva letto che era ancora adolescente, e quella lettura non l’aveva mai abbandonato, tanto che utilizzò alcuni dei disegni del Polifilo per realizzare le prime costruzioni, situate alla destra del convento. E poi iniziò ad accumulare elementi, uno sull’altro ad arricchire il sogno di significati e interpretazioni.

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Cos’è la Scarzuola? Un teatro, o meglio un insieme di teatri – se ne contano addirittura sette –, ma anche un busto femminile, un labirinto, una torre, «il Mondo in generale e in particolare il mio Mondo – quello in cui ho avuto la sorte di vivere e lavorare – dell’Arte, della Cultura, della Mondanità, dell’Eleganza, dei Piaceri (anche dei Vizi, della Ricchezza, e dei Poteri ecc.) in cui però ho fatto posto per le oasi di raccoglimento, di studio, di lavoro, di musica e di silenzio, di Grandezze e Miseria, di vita sociale e di vita eremitica, di contemplazione in solitudine, regno della Fantasia, delle Favole, dei Miti, Echi e Riflessi fuori dal tempo e dallo spazio perché ognuno ci può trovare echi di molto passato e note dell’avvenire…».

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Era, e sta diventando, un sogno sempre più bello. E il fatto stesso di usare due tempi verbali implica che l’opera di Buzzi stia continuando a prendere forma, a oltre trent’anni dalla morte dell’architetto, nel 1981. Il complesso, infatti, è stato ereditato dal suo pronipote, Marco Solari, che sta continuando l’opera utilizzando i disegni recuperati dall’archivio del prozio. Proprio Solari guida la visita, e lo fa in un modo che accresce ulteriormente la sensazione di meraviglia e stupore cogliendo, forse, l’invito di Buzzi a ritrovare in questo luogo «echi del passato e note dell’avvenire».

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Una volta entrati, non capirete bene dove siete. E forse neanche chi siete. Potreste essere Giona, Geppetto o Pinocchio, che si calano nelle fauci di una balena al fondo di una lunga scalinata. O forse un manichino di De Chirico che si muove sullo sfondo di una città irreale ed enigmatica. O ancora un lillipuziano di fronte a un gulliver femmineo e sensuale. Un frate. Un attore o uno spettatore di teatro metafisico. Un cittadino di Babele, prima che cadesse. Escher. E molto altro ancora. I riferimenti si sprecano per questo luogo che, giustamente, La Rocaille definisce un pastiche e del quale, credo, chiunque può dare una sua interpretazione.

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Provate a cogliere il significato dei simboli e, quando siete stanchi, limitatevi alla meraviglia. La Scarzuola è un sogno in cui perdersi e fluttuare. Uno dei mille luoghi poco conosciuti del ventre italiano.

di Silvia Ceriani
Le foto che accompagnano questo articolo sono di Zeno Morino, giovane alle primissime armi e, credo, promettente.

Info:
la Scarzuola può essere visitata tutti i giorni dell’anno. Generalmente, ci sono due turni, alle 11 e alle 14, ma vi conviene contattare prima il numero 0763837463 o scrivere a info@lascarzuola.com.

Internet: www.lascarzuola.com

Approfondimenti su:
La Rocaille
Il Corriere della Sera

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