Le bare abbarbicate sulle scogliere d’oriente

Una foto, spesso, è sufficiente per far muovere la curiosità, la fantasia, l’interesse. La foto in questione, che mi è capitata sotto il naso un paio di anni fa, mostrava delle bare di legno, una croce e qualche sedia. Fin qui niente di strano. Ma se vi dico che tutto quanto – bare, croce e sedie – era appeso in alto, a un’impervia parete di roccia, allora la prospettiva cambia. La foto si riferiva a un villaggio delle Filippine, Sagada (Mountain Province, Isola di Luzon), dove la popolazione Igorot ha praticato e in qualche forma pratica ancora la tradizione dei “cimiteri pensili”. Una pratica rarissima, ma non unica al mondo, che ritroviamo anche nel Gongxian nel sudovest della provincia di Sichuan, in Cina, a opera della popolazione Bo (e poi in altri posti ancora, come Fujian, Wuyi Mountains, Hubei, Jiangxi, Longhusgan e Qutang Gorge, Yunnan) e, ancora, in Indonesia, dove contraddistingue le usanze religiose della popolazione Sa’dan Toraja, nei territori montuosi di Sulawesi, che tratterò però in un capitolo a parte. Quest’oggi, dunque, viriamo decisamente a oriente, per scoprire qualche dettaglio in più su questi riti particolari.

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La tradizione di appendere le bare è originata forse dal desiderio di avvicinare il defunto agli spiriti ancestrali, agli dèi, ma certamente anche dalla paura. Paura che il cadavere venga mangiato dagli animali, profanato da tribù nemiche o che si decomponga troppo rapidamente a contatto con l’acqua e l’umidità. La terra, insomma, non rappresenta un’ultima dimora sicura. Le bare, pertanto vengono assicurate in alto, su una scogliera o una parete rocciosa, per prevenire attacchi di qualsiasi tipo. Le loro dimensioni sono generalmente contenute – la lunghezza, tradizionalmente, è di appena di un metro e mezzo –, pertanto il cadavere veniva tradizionalmente sistemato in posizione fetale. Gli Igorot, infatti, sono persuasi che una persona dovrebbe accomiatarsi dal mondo nella stessa posizione in cui ci è entrata.

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Quando qualcuno muore, le celebrazioni comunitarie prevedono che siano macellati degli animali. Solitamente, se si tratta di un anziano, tre maiali e due polli (o due maiali e tre polli, se si tratta di una famiglia indigente). Dopodiché ci si dedica al defunto, che viene collocato su un sangadil, una “sedia della morte”, legato ben stretto e coperto con un lenzuolo. Quindi viene sistemato davanti alla porta di casa, affinché parenti e amici possano salutarlo. Siccome la veglia funebre dura diversi giorni, per evitare odori sgradevoli, il cadavere viene anche sottoposto a un processo di affumicatura. Una volta ultimata la veglia, il cadavere viene posto in posizione fetale, avvolto in una coperta e foglie di giunco, pronto a essere trasportato fino al luogo di “sepoltura”. A differenza di quanto avviene in molte culture, gli Igorot non ritengono che il cadavere sia impuro, contaminante, anzi pensano che i suoi fluidi portino fortuna e successo, per cui la fase del trasporto è piuttosto disinvolta, o addirittura un momento di condivisione. Nell’ultima fase il cadavere è issato in alto e posto nella cassa di legno.

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Se nelle Filippine questa tradizione – insieme a molte altre, del resto – sta lentamente cadendo in disuso, cedendo progressivamente il posto a pratiche più moderne, occidentali, in Cina la pratica dei cimiteri pensili è scomparsa da tempo – all’incirca 400 anni fa –, insieme agli ultimi rappresentanti della popolazione Bo che li avevano ideati. Tuttavia, le bare appese sono state sottoposte a un’operazione di restauro e recupero (i progetti di intervento risalgono al 1974, al 1985 e, da ultimo, al 2002 e pochi anni fa), visto il loro valore storico, forse anche turistico. Le più antiche di esse, infatti, risalirebbero a oltre 3000 anni fa.

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Presso i Bo le casse, ricavate scavando un singolo tronco di legno e chiudendolo con una copertura di bronzo, potevano essere elevate in modi diversi – poste su pali di legno, collocate in grotte o, come avviene nelle Filippine, appoggiate sulle sporgenze rocciose. Quest’ultimo è il caso più frequente nelle aree intorno a Matangba e Sumawan, dove perlomeno 100 bare sono appese su scogliere calcaree ad altezze variabili dai 10 ai 130 metri dal suolo.

di Silvia Ceriani

Sulle bare appese nelle Filippine, c’è un interessante articolo di Kiki Deere, autrice delle Rough Guides, che ha raccolto la testimonianza di Soledad Belingom, un’anziana donna della tribù Igorot. Potete leggerlo cliccando qui

Sulle tradizioni delle popolazioni Bo, invece, potete leggere l’articolo pubblicato sul Daily Mail, che trovate cliccando qui

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4 pensieri su “Le bare abbarbicate sulle scogliere d’oriente

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