Il quartiere Coppedè: film, morte e misteri

Nella mia ultima gita romana sono finalmente riuscita ad andare al quartiere Coppedè. L’ho fatto per un motivo preciso, ossia la voglia di vedere da vicino uno dei luoghi argentiani che ho maggiormente “amato”, il posto della biblioteca di Inferno (1980), quella in cui si reca una giovane Eleonora Giorgi per recuperare un libro misterioso, dov’è narrata la storia delle Tre Madri.

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Del quartiere Coppedè ho visto molte foto online e mi ha subito affascinata per quella capacità di affastellare un elemento sull’altro tipica dell’eclettismo, abbinando diversi stili – liberty, classico, bizantino, assiro-babilonese, medievale, gotico – e simboli esoterici. Quindi ci vado, prendendo la metro fino alla fermata Policlinico e di lì il tram 19, fino a piazza Buenos Aires. Una volta scesa, il quartiere me lo ritrovo praticamente davanti, a poco più di 100 metri sulla destra.

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Il quartiere ha un vero e proprio ingresso principale, su via Tagliamento, rappresentato da un grande arco che congiunge due palazzi maestosi – i palazzi degli Ambasciatori –, ricchi di fregi e decorazioni. Sotto di esso, un grande lampadario in ferro battuto, un elemento piuttosto insolito per un luogo all’aperto. Oltrepassato l’arco si accede a piazza Mincio, che è il cuore del quartiere nonché l’ambientazione di molti film, oltre a Inferno, sui quali torneremo tra poco.

Al centro della piazza, una fontana, la fontana delle rane, realizzata in stile barocco nel 1924. Pare che i Beatles, al termine di un loro concerto al Piper Club – situato su via Tagliamento –, in quella fontana ci avessero fatto il bagno vestiti. Sulla fontana affacciano due grandi palazzi e un villino, il Villino delle Fate che, come tutte le altre architetture del quartiere alterna elementi diversi fondendoli con sapienza.

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Ma il mio sguardo è attratto piuttosto da una scalinata che viene inghiottita dentro un portone. Piazza Mincio 2 (nel film è via dei Bagni 49). È quella la scalinata che salì Eleonora Giorgi in una notte buia e piovosa per andare a recuperare il fatidico libro. Ed è quella la scalinata che sempre la Giorgi discese di corsa per scappare dallo stregone che abitava nei sotterranei del palazzo. Nel film la si vede oltrepassare di corsa l’arco e arrivare dopo poco, in taxi, nella propria casa (dove sarà uccisa). Nella realtà, fra l’altro, il palazzo che fu usato come location per la casa della Giorgi era in via Po 22, a brevissima distanza dal quartiere Coppedè. Gli interni della biblioteca in cui la giovane si addentra, invece, si trovano altrove, in piazza di Sant’Agostino 8, e sono quelli della Bibliotheca Angelica, la prima biblioteca europea aperta al pubblico nonché sede dell’Accademia letteraria dell’Arcadia. Argento lavora sulla connotazione già altamente fiabesca del quartiere e lo rende teatro di uno dei suoi lavori più visionari e a mio avviso migliori, giocando su luci blu e rosse e musiche particolarmente violente. Se volete, la scena incriminata di Inferno, la trovate qui sotto.

Dario Argento a Coppedè ci aveva già girato delle scene dell’Uccello dalle piume di cristallo, ma a posteriori ho scoperto che proprio piazza Mincio costituì il set di molti altri film che parlavano di orrore e di morte. Sempre in piazza Mincio 2, ma anche in altri luoghi del quartiere, Francesco Barilli ambienta Il profumo della signora in nero (1974) un horror psicologico giudicato negativamente dalla critica del tempo e solo recentemente oggetto di una certa qual rivalutazione. Il film si apre proprio con un’inquadratura del palazzo, che è il posto in cui vive la protagonista, Silvia Hacherman, che sarà trascinata in una spirale di follia, mistero e riti satanici che la condurrà al suicidio – cui segue una scena cruenta quanto poche altre nella storia dell’horror. Non vi rovino la sorpresa e vi rimando al link qui sotto per vedere il film nella sua interezza.

Sempre il palazzo di piazza Mincio 2 fu scelto da Richard Donner come location di The Omen – Il presagio(1976). È qui che abita l’ambasciatore statunitense protagonista di un film davvero terrificante. Il palazzo non è inquadrato che per pochi minuti e non ho trovato il filmato online. Ma se non l’avete visto, questo film ve lo consiglio caldamente, anche per il contorno di racconti leggendari che “condirono” la sua lavorazione. Pare ad esempio che John Richardson, addetto agli effetti speciali, dopo il film sia stato vittima di un incidente d’auto in cui la sua fidanzata morì. Quando lui si risvegliò, oltre a scoprirne il cadavere vide un cartello stradale che diceva… “Je bent weg van Ommen 66.6 km” ovvero “Siete lontani da Ommen 66,6 km”… Ommen – Omen. 66,6 – 666. Finzione? Realtà?

Ma chiudiamo con un’altra pellicola che ha fra i protagonisti non il nostro palazzo ma il suo dirimpettaio, il palazzo del ragno, in piazza Mincio 4. Si chiama così perché sopra l’entrata c’è un gigantesco ragno dorato su fondo blu. Qui Mario Bava ambienta alcune scene (dal minuto 44) di La ragazza che sapeva troppo(1963), un film che da molti è giudicato il capostipite del giallo all’italiana. All’interno del palazzo un appartamento vuoto, disabitato, che avrebbe tutte le carte in regola per ospitare un assassino, o forse un omicidio. I colori sono bianchi e neri, diversissimi dalle luci argentiane, ma anche qui l’elemento fiabesco è forte e presente. Se volete, il film completo è visibile al link qui sotto.

E dunque? Dunque andateci, a Coppedè, perché è un quartiere magico, misterioso. In molti, anche a Roma, non lo conoscono. Io ve lo consiglio perché, be’, perché vi porta in un’atmosfera misteriosa, fiabesca, direi… da film.

di Silvia Ceriani

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