Fra teschi, Madonne e memorie partigiane: San Marcello di Paruzzaro

Paruzzaro è un comune di poco più di 2000 anime nell’immediato entroterra del Lago Maggiore, a pochi chilometri da Arona. Ci ero già stata l’estate scorsa, arrivandoci con una passeggiata fra i campi e i boschetti, da Barquedo. E, trovandomi lì nei paraggi, ci sono tornata ieri. Perché volevo rivedere la chiesa di San Marcello.

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Il 28 marzo del 1945, a un soffio dalla Liberazione, qui vennero uccisi dieci partigiani, della cui morte parla Guido Petter nel libro Ci chiamavano banditi.

«Mi hanno detto che giù a Paruzzaro…
[…] al di là della curva, fra gli alberi che si intagliano nitidi nel cielo rosso del tramonto, ecco il piccolo campanile. […] Sotto, già nell’ombra, la chiesa […] Dentro, la piccola chiesa è ormai quasi buia per chi viene da fuori; […] A destra e a sinistra due file di banchi, massicci, cinque per fila, con gli schienali di legno pieno, i lunghi sedili, gli inginocchiatoi.
[…] All’estremità di ogni banco, quella rivolta verso il centro della chiesa, ho scorto un paio di piedi. Piedi contro piedi, alcuni con le scarpe, altri senza, con in mezzo un breve corridoio, come quando si dormiva insieme sotto quella tenda. Solo che questi non sono piedi di compagni addormentati, pronti a balzare su ad un rumore, ad un richiamo, ad un piccolo scherzo; sono piedi di miei compagni morti.
[…] avanzo nel corridoio tra i banchi, mi fermo accanto al primo. […] un lungo corpo in posizione innaturale, con le braccia quasi attorcigliate al torace e il capo rivolto da un lato. È la divisa marrone ben nota, strappata: ma il volto è di un giovane che non mi sembra di aver mai visto prima.
[…] Scorgo adesso un paio di piedi con scarpe di cuoio giallo, a stivaletto.
[…] E poi ecco, proprio nel primo banco, Omero. La grande barba gli copre il petto, una gamba è piegata in modo innaturale. Il volto è sereno, solo un piccolo foro nella fronte, sopra l’occhio destro. Se non fosse per quella strana posizione della gamba, sembrerebbe dormire.
[…] In prima fila, Generale, così lungo che i piedi sporgono dal banco, e magro, più di quando, ieri sera, era ancora vivo. È lì disteso nel suo maglione bianco, e io so che quel maglione continua sotto i pantaloni fino ai piedi, ma non basta più a vincere il freddo che ora lo tiene. Non ha più gli occhiali, Generale, e una pallottola deve essergli uscita dalla bocca, dove c’è una ferita che lascia vedere i denti spezzati, scardinati.
E, più in là, […] il volto infantile di Matteotti.
[…] Il mio sguardo è fisso ai piedi, alle gambe, quelle del “percorso di guerra” che non è bastato a salvarlo; poi sale alle dita chiuse a pugno accanto alle tasche, da una delle quali sporge l’estremità dell’armonica. E poi più su, al petto. Anche Matteotti ha un maglione bianco; è solo un maglione, non una tuta, e ha due grandi macchie nere, quasi rotonde, quasi eguali, intorno a due piccoli strappi, il segno delle due pallottole in agguato che lo hanno colto all’alba, e forse il maglione bianco che andava via pei campi è stato un bersaglio.
[…] Ci sono altri banchi e altri morti, ma non voglio vedere più, restino lì nell’ombra, domani mi diranno chi erano, ora non sono più in grado di sopportare. Vado quasi correndo verso la porta, ed esco, nella penombra della sera.
È una sera dolce, quasi tiepida; […] È una delle ultime sere di marzo. […] È il 28 marzo 1945».

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Questo brano, che ho voluto riprodurre anche perché il 25 aprile è vicino e mi piace ricordarlo, ogni anno, serve a introdurre la presenza della morte in questo posto quieto e bellissimo, per molti versi magico. La chiesa di San Marcello, infatti, è circondata dalla morte ovunque. Eppure è un luogo estremamente rasserenante, almeno per me. Risalente alla fine del x secolo o al principio del successivo questa fu la chiesa parrocchiale del paese fino alla fine del 1500, quando venne edificata la chiesa nuova, dedicata a San Siro. E così, questa preziosa costruzione in stile romanico divenne la chiesa cimiteriale, funzione che mantiene ancor oggi.

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Per trovarla, infatti, bisogna superare il cancello d’accesso al cimitero del paese. Lei è lì, circondata di tombe e di lapidi, nella sua semplice e austera bellezza. A guardarla da fuori, quello che spicca è senz’altro il campanile sulla sinistra, ma è l’interno della chiesa che merita uno sguardo più approfondito. C’è un’unica navata, che termina in un abside semicircolare e sulle cui pareti sono dipinte scene della vita di Cristo e dei santi, databili tra il 1450 e il 1524 e realizzati dal Maestro della Passione di Postua e da altri esponenti delle botteghe vercellesi e novaresi.

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Bello e delicatissimo, sulla parete di sinistra, il ritratto della Madonna del latte, seduta in trono con a fianco San Rocco e San Grato. L’affresco risale al 1488 ed è attribuito a Giovanni Antonio Merli e costituisce il primo di una nutrita collezione di ex voto presenti nella chiesetta. A quell’epoca, la gente del paese ringraziava la Madonna per essere scampata a un’epidemia di peste. Nei tempi moderni, i ringraziamenti furono molti altri e di vario tipo. Alla Madonna più antica, infatti, sempre sulla parete di sinistra se ne sono aggiunte molte altre: Madonne col bambino, Madonne che mostrano il cuore, Madonne che parlano in piedi su una roccia. E poi rosari e tante piccole icone. I dieci partigiani non scamparono la morte, ma molti altri sì. E le cornicette coi ritratti della Madonna ne sono la testimonianza.

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Mi guardo intorno rapita. La luce è dolce e irreale. Il silenzio intensissimo. Amo questo luogo, anche per quello che mi aspetta all’esterno, di cui vi parlo adesso. Subito prima dell’ingresso alla chiesa, sulla destra una cancellata protegge un luogo prezioso. È un ossario. Piccino, raccolto, appena colpito dalla luce pacata di questo mese d’aprile. Le pareti sono in parte affrescate, mentre in scaffali o piccole teche le ossa e i teschi dei morti dissotterrati osservano il rado viavai che c’è in questo luogo. Anche loro mi danno in un certo senso serenità. Sento che questo, a suo modo, è un luogo protetto.

Vado via. Pervasa dal tepore primaverile. E penso a quei dieci partigiani. Il 28 marzo del 1945.

di Silvia Ceriani

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