In Voluptas Mors, Salvador Dalí e Philippe Halsman

Questa storia inizia con una censura, almeno per noi di SdL. L’altro giorno, provando ad accedere al mio profilo e poi a quello della pagina, non ci sono riuscita. Subito dopo, si è materializzato un messaggio di censura – check point, si chiama – che mi diceva che una foto da noi pubblicata era stata rimossa, e che m’invitava a controllare per bene tutte le altre immagini postate su SdL, per verificare che rientrassero nei canoni della comunità.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman, New York 1951.

Questa cosa della censura mi era già capitata una volta, in passato, con una foto di Joel Peter Witkin, che ritraeva il cadavere di un uomo nudo con la testa tagliata (o per meglio dire senza testa), adagiato su una seggiola. L’immagine era – è – di una durezza incredibile, ma mi aveva sorpresa il fatto che fosse stata segnalata per “nudità” piuttosto che per “violenza”, come a dire che è più urtante la presenza di un pene, nudo e afflosciato, che l’assenza della testa. Misteri della fede. Questa volta, invece, la nudità ha scandalizzato in una foto famosissima, architettata da Salvador Dalí e Philippe Halsman e realizzata nel 1951. Una foto che, se non fosse per il fatto che la morte è presente ovunque, anche nel titolo, a me è sempre sembrata un richiamo alla vita.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman, New York 1951. Backstage.

Dicevamo… La foto in questione viene realizzata nell’ambito di un lungo sodalizio professionale e artistico iniziato nel 1941 e che porta a molti e celeberrimi scatti, che includono la serie dei baffi di Dalí o il famosissimo Dalí Atomicus del 1948, una foto che implicò ore di preparazione e 28 tentativi falliti prima di andare a segno. Se non l’avete presente, è quell’immagine in cui c’è Dalí che salta, dei gatti che saltano, una sedia che sembra volare e secchiate d’acqua ad animare una scena che è già tutta in movimento. Ne avevo letto la spiegazione a una mostra al Forte di Bard, ed ero rimasta completamente affascinata da questa folle idea di trovare la perfetta sincronia tra molti corpi in moto.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman, New York 1951. Backstage.

A confronto, In Voluptas Mors, che è la foto di cui voglio parlarvi, è a dir poco semplice. Nel senso: c’è un’architettura difficile, dove sette modelle nude sono impiegate a rendere la forma di un teschio e Dalí davanti a loro, con la tuba e il vestito elegante, a guardare fisso, e preoccupato, e anche ironico, un punto oltre l’obiettivo. Ma una volta creata la struttura, dopo tre ore di posa, il “gioco” era praticamente fatto. Online si trovano ancora le immagini di quel folle backstage che, 65 anni fa ci consegnò una delle foto più impresse nell’immaginario comune – almeno quello di chi bazzica in “certi ambienti” – e che mai avrei potuto immaginare che fosse oggetto di censura. È vero: si vedono capezzoli e culi nudi (per intero!), ma è anche vero che, chi denuncia Dalí per “nudità” be’… non so dire altro se non: Poveretto!

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman, New York 1951. Backstage.

Dalí e Halsman avevano architettato tutto a dovere. Il primo aveva realizzato uno schizzo di come i corpi avrebbero dovuto essere disposti a formare questo grande tableau vivant e il secondo, sul set dispose tutto affinché l’idea prendesse concretezza e forma. Un teschio formato da sette corpi femminili nudi. Sette corpi come i peccati capitali, dei quali è uno ad assumere particolare rilevanza. Il peccato della carne, del desiderio, della voluptas, appunto. In questa immagine Dalí restituisce uno dei simboli più efficaci del rapporto fra eros e thanatos: la vitalità di corpi femminili, freschi, bellissimi, usati per comporre un teschio, un grande memento mori, che ha avuto molta fortuna anche in epoche successive, soprattutto negli anni Novanta, quando divenne parte della locandina di Il silenzio degli innocenti, che ci riporta a Dalí anche per altre strade, e a Luis Buñuel, e ad Acherontia atropos, come ho già avuto modo di raccontarvi.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman, New York 1951. Backstage.

E dunque, qui ha trovato spazio quel che su facebook non va, quel che viene censurato. Ma vorrei stimolare una riflessione: è più grave vedere un capezzolo e un culo femminile o non riconoscere la grandezza di Dalí e la perizia di Halsman? Io non ho dubbi.

Tra l’altro, della morte di Halsman non so nulla, ma quella di Dalí, morto per un attacco di cuore mentre ascoltava il Tristano e Isotta di Wagner, suo disco preferito, mi fa pensare che sì, a lui è stato concesso un privilegio cui solo i grandissimi possono ambire.

di Silvia Ceriani

Ti è piaciuto questo articolo? Forse possono interessarti anche La seduzione di Acherontia atropos e Teste surrealiste , dove pure si parla di Dalí.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman, New York 1951. Backstage.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman, New York 1951. Backstage.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman.

In Voluptas Mors, di Salvador Dalí e Philippe Halsman, New York 1951. Backstage.

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2 pensieri su “In Voluptas Mors, Salvador Dalí e Philippe Halsman

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