Innamorate della libertà: donne partigiane

«Sempre sulle lapidi, a me basterà il mio nome, le due date che sole contano, e la qualifica di scrittore e partigiano». I ventitré giorni di Alba, Giuseppe Fenoglio

Inizio con le parole di uno scrittore a me caro questo piccolo articolo che è una raccolta di storie, nient’altro. Sto navigando sul sito dell’Anpi, l’Associazione nazionale partigiani d’Italia e sto vagando di regione in regione per scoprire i nomi delle donne che hanno fatto la Resistenza. Percentualmente, sono meno degli uomini – l’Anpi parla di 35.000 combattenti e di 70.000 che fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna: 4653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2750 vennero deportate in Germania, 2812 fucilate o impiccate; 1070 caddero in combattimento, 19 vennero, nel dopoguerra, decorate di Medaglia d’oro al valor militare. Le loro storie spesso sono meno conosciute. Eppure ce ne sono, ovunque. Ecco, ve ne regalo qualcuna. È il nostro modo, qui al Salone, di ricordare un giorno che non è solo un giorno di vacanza, ma un ricordo che va conservato. E mantenuto vivo.

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In Piemonte c’era mamma Teresa. Teresa Adele Binda era nata a Suna di Verbania, nel 1904, faceva l’operaia tessile, e fu fucilata il 27 giugno del 1944 a Beura Cardezza. Suo figlio, Gianni Soffaglio, era andato sulle montagne a combattere e Teresa l’aveva raggiunto. Tornata a Suna, fu catturata dai nazifascisti che cercarono di estorcerle informazioni sulla Resistenza. Lei rispose con il silenzio. Nel 2008, ha consegnato nelle mani di Gianni Soffaglio l’onorificenza alla memoria della madre, che ha questa motivazione: «Madre di un partigiano, catturata per rappresaglia, veniva segregata e torturata dai nazifascisti. Essendosi rifiutata di fornire informazioni ai suoi persecutori, veniva consegnata ai nazisti che barbaramente la fucilavano insieme ad altri prigionieri. Fulgido esempio di eccezionale coraggio, di fierissimo contegno e di profonda fede negli ideali di libertà e democrazia».

In Campania, c’era Maddalena Cerasuolo, “Lenuccia”. Insieme a molti altri, fu protagonista delle Quattro giornate di Napoli, dal 27 al 30 settembre del 1943, nelle quali morirono 168 partigiani, 140 civili e i feriti furono 162. A Lenuccia, che si difese con le unghie e coi denti e che morì il 23 ottobre 1999, fu conferita la medaglia di bronzo al valor militare con questa motivazione: «Dopo aver fatto da parlamentare dei partigiani con i tedeschi al Vico delle Trone, si distinse molto nel combattimento che ne seguì. Nella stessa giornata coraggiosamente partecipò anche allo scontro in difesa del Ponte della Sanità, al fianco del padre, con i partigiani dei rioni Materdei e Stella».

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Virginia Tonelli, “Luisa”, era friulana. Sarta dall’età di 11 anni, era poi diventata infermiera e dal 1930 era entrata a far parte dell’organizzazione comunista clandestina. Si era poi trasferita in Francia, a Tolone, dove si era sposata, ma nel ’43 tornò in Italia, a Castelnuovo, dove iniziò a organizzare manifestazioni antifasciste contro il regime e la guerra, riunioni clandestine, e a diffondere materiale di propaganda. Nel ’44 fu arrestata mentre trasportava da Udine a Trieste documenti delle Brigate Garibaldi. Come mamma Teresa, rispose con il silenzio alle torture, e quindi fu portata alla Risiera San Sabba, dove venne arsa viva. L’8 settembre 1971 le fu conferita la massima onoreficenza militare.

Ines Negri fu uccisa a Savona, il 19 agosto del 1944. Fu catturata ad Albisola Mare, mentre stava accompagnando in montagna i militari della Brigata San Marco. Mentre la stampa locale esaltava lo spirito combattivo di queste truppe, dicendo che «i leoni della S.Marco spazzeranno via tutti i ribelli e i traditori della Patria», la Resistenza – e in particolare le donne del posto – ne avevano intuito i punti di debolezza e iniziarono a incitarli alla diserzione. A tre giorni dalla fucilazione di Ines, venne fucilata anche Clelia Corradini, e in tutta risposta le donne di Savona pubblicarono un comunicato del bollettino “Noi Donne”, nel quale si annunciava che, da quel momento, le donne entravano nelle formazioni partigiane, partecipando direttamente alle azioni di guerriglia.

Irma Marchiani era nata a Firenze, visse con la famiglia a La Spezia e poi si trasferì in Emilia Romagna, con l’arrivo dell’armistizio l’armistizio, diventando staffetta delle prime formazioni della resistenza. Da staffetta a partigiana combattente il passo è breve. Prese “Anty” come nome di battaglia e a maggio del 1944 fu nominata vice comandante del Battaglione Matteotti della Divisione Garibaldi Modena. Durante la battaglia di Montefiorino, fu catturata mentre stava cercando di far ricoverare in un luogo di cura un partigiano ferito. Dopo pochi giorni riuscì però a evadere e a unirsi ai suoi compagni nei combattimenti di Benedello. Catturata dopo questi scontri, fu riconosciuta dai nazifascisti che, alcuni giorni dopo la uccisero.

Quelle che vi ho proposto sono solo poche storie. Molte altre potrete trovarle nella sezione Donne e Uomini della Resistenza, che racchiude oltre 3000 ritratti, una piccola ma importantissima parte di tutti coloro che parteciparono alla lotta antifascista e antinazista.

di Silvia Ceriani

 

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