L’aiuto becchino

Se vivi in un cimitero la tua vita non può che essere diversa, e la normalità è fatta di vicini di casa immobili e silenziosi, polli che razzolano fra le tombe, notti illuminate dai lumini, quadernetti su cui registrare frasi tratte da epigrafi o cognomi buffi, personaggi ai margini, e una moltitudine di cose che sai di non poter avere, tipo il catalogo Postalmarket nella buca delle lettere. Se vivi in un cimitero, può capitare che il pudore della vita sia più forte di quello della morte. Se vivi in un cimitero e sei un bambino il tuo ruolo è l’aiuto becchino.

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Finalmente l’ho letto, con colpevole ritardo. E non potevo scegliere giorno migliore. L’aiuto becchino, di Giacomo De Bastiani, è stato infatti il mio compagno di un’intera giornata, il 2 novembre 2016. Una Festa dei morti speciale, iniziata pendolando sul treno, proseguita al bar in pausa pranzo e terminata sul divano di casa. Tutta pervasa da una bella lievità, e dalla percezione di una prospettiva nuova, quella di un bambino che vive in una casa-isola particolare, all’interno di un cimitero.

È bello poterci entrare dentro, e scoprire un altro concetto di normalità, che l’autore definisce così: «Era normale che mio fratello mi avesse insegnato a scovare le lucertole sotto le lapidi delle tombe dedicate alle suore. Era normale sentire la fiaba del guanto nero che vagava di notte alla ricerca della defunta padrona e non quella della piccola fiammiferaia o di Cenerentola. Era ovvio che le mie sorelle mi insegnassero a ballare sulle melodie di Rita Pavone, Gianni Morandi e Caterina Caselli sul “palco” della Cappella Centrale. E soprattutto era ancora più ovvio che mio padre, per sfuggire alla calura estiva, fosse solito coricarsi nei loculi liberi, dove affermava si riposasse benissimo. La mia visione non era limitata né stravolta dal giardino, anzi era in qualche modo amplificata. (…) Potevo valutare con lucida analisi la realtà della vita, dopo avere svolto indagini approfondite sulla morte. O perlomeno, ero abbastanza presuntuoso da crederlo».

La storia inizia che il “nostro” aiuto becchino frequenta ancora la scuola elementare, dalle suore. La sua condizione, però, è diversa da quella di tutti gli altri bambini, perché suo padre Remo è il becchino del cimitero di Campi Bisenzio, e tutta la famiglia abita in un piccolo villino all’interno del cimitero. Originariamente quella casa era destinata alle autopsie, e anche quando è abitata dai vivi la presenza della morte è costante. Non a caso, Remo la presenta come «un piccolo accogliente appartamento in un grande condominio», dove va da sé che tutti gli altri inquilini sono piuttosto silenziosi e immobili. Poi, visto che nell’appartamento Remo svolge normalmente la funzione di marmista, può accadere che tante delle ricette preparate da mamma Bianca e nonna Aurelia siano impreziosite da un ingrediente poco convenzionale – ma forse meno dannoso del famigerato olio di palma –: la polvere di marmo.

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Un’infanzia così non può che essere vissuta come un qualcosa di profondamente diverso, ma talvolta anche come un qualcosa di privilegiato. L’aiuto becchino può fare giochi che nessun altro fa, ha grandi responsabilità nell’aiutare il padre in lavori inconsueti, vede e vive tutto da una prospettiva diversa, originale, che a tratti emargina e a tratti rende speciali.

A leggere questo bel libro, finanziato da una campagna di crowdfunding su Produzioni dal basso e impreziosito dalle illustrazioni di Maya Boll e dalla prefazione di Alessandro Benvenuti, mi è venuta molte volte in mente la famiglia Addams, che abitava nella via del cimitero, ma non all’interno dello stesso. E che, a differenza della famiglia dell’aiuto becchino, non cercava però l’approvazione degli altri. L’aiuto becchino invece lo fa, e soffre per le prese in giro dei compagni di classe, ogni tanto fa sventolare i pugni in aria, ogni tanto si chiude in se stesso e in un fantastico mondo popolato di morti, apparizioni, figurine dei Promessi Sposi e sorpresine trovate nelle confezioni del detersivo Tide. E, soprattutto, si guarda intorno, interrogandosi su chi potrebbe essere la sua guida, su quale potrebbe essere la sua strada.

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In una prospettiva luttuosa è impossibile non amarlo e non provare per lui un immenso moto di tenerezza, come è impossibile non guardare con grandissima ammirazione una dei protagonisti di questo breve romanzo, nonna Aurelia che fa le boccacce, che sa dire la verità, senza mediazioni, e che più di ogni altro sembra conoscere il senso della vita, e il mistero della morte. Proprio lei si occupa di far nascere un neonato all’interno di questa strana casa-isola e il momento di questa nascita è una delle pagine che ho più amato del libro, perché riassume benissimo la situazione particolare dell’aiuto becchino: «Mio padre mi spinse fuori, ma riuscii a spiare dal buco della serratura e a vedere quanto basta. In quel caos, Aurelia aveva preso il controllo della situazione e dopo alcune urla strazianti, venne fuori dalla camera stringendo tra le sue mani rugose, semi-avvolto in un panno sporco, un piccolo e brutto esserino di un colore indefinibile. Buffo come Bianca fosse preoccupata di non farmi assistere a un parto mentre potevo partecipare tranquillamente a una esumazione o vestire un defunto. Il pudore della vita era più forte di quello della morte».

Ecco. Un libro lieve e insieme profondo, pervaso da un’ironia un po’ malinconica e che ci porta in un mondo che conosciamo solo parzialmente o superficialmente. Un libro che consiglio a tutti, perché mi ha regalato un 2 novembre perfetto.

Per acquistarlo, potete andare qui: http://www.aiutobecchino.com/contatti/, ma sogno già di portarlo a Torino.

di Silvia Ceriani

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