Morti apparenti, tafofobia e bare di sicurezza: una cura per la paura

Finché non si diffusero metodi scientifici per accertare la morte di una persona, la tafofobia era una paura estremamente diffusa, attestata nella letteratura, nella pittura e – pare – con un effettivo fondamento. Molti brevetti rilasciati a partire dalla seconda metà dell’Ottocento fino agli inizi del Novecento riguardavano proprio sistemi per portare a casa la pellaccia in caso di sepolture affrettate…

british_safety_coffinNel 1844 il The Philadelphia Dollar Newspaper pubblicò un racconto di Edgar Allan Poe intitolato “The Premature Burial”, la sepoltura prematura o le esequie premature, incluso successivamente nella raccolta dei Racconti del terrore. Vi si descrive una paura piuttosto diffusa all’epoca – da cui lo stesso Poe era affetto –, che prese poi il nome di tafofobia. Essere sepolti vivi a causa di uno stato prolungato di coma o catalessi. No, non dev’essere bello.

A descrivere la tafofobia fu per la prima volta nel 1891 uno psichiatra italiano, Enrico Morselli (1852-1929) nell’articolo “Sulla dismorfofobia e sulla tafefobia, due forme non ancora descritte di Pazzia con idee fisse”, ma al di là dell’ambito scientifico sono molte le attestazioni della diffusione di questa paura. Letterarie, innanzitutto. Oltre che nel già citato “The Premature Burial”, Poe esplora la questione in “La caduta della casa degli Usher” e in “Il barile di Ammontillado”, e una raccolta interessante sul tema è stata pubblicata da Einaudi nel 1999. In Sepolto vivo! Quindici racconti dalle tenebre i curatori, Malcom Skey ed Enrico Badellino presentano una selezione ricca e interessante, che va da “Rabbia impotente” di Gustave Flaubert a “La seconda sepoltura” di Clark Ashton Smith.

Ma poi c’è anche un dipinto realizzato nel 1854 da Antoine Wiertz (1806-1885), L’inhumation précipitée” e conservato nell’omonimo museo a Bruxelles. La prima volta che l’ho visto, in rete, sono trasalita. L’immagine presenta diverse casse accatastate in una sepoltura comune. A terra un teschio, qualche osso sparpagliato, una fune. Ma è su quel che emerge in primo piano che si focalizza l’attenzione. La cassa non è chiusa, il coperchio è stato spostato. Ne emergono due mani irrigidite dal terrore e si intravede il volto di un uomo ancor più terrorizzato, avvolto in un bianco sudario. È stato messo lì dentro che ancora non era morto, poveretto… Sul coperchio della cassa, in rosso, una scritta recita “MORT DU CHOLERE”.

precipitate_burialMa questo articolo non è scritto tanto per studiare le attestazioni artistiche e letterarie di questa paura, attestazioni che del resto continuano anche ai nostri giorni – basti pensare ai film Buried – Sepolto e Kill Bill vol. 2 per citarne un paio – né per raccontarvi inquietanti casi di bare graffiate dall’interno o di corpi completamente scomposti al momento dell’esumazione. Certamente furono molti coloro che subirono tale sorte, perlomeno prima del 1850, cioè prima che venissero scoperti metodi scientifici e strumenti – come ad esempio lo stetoscopio biauricolare – per verificare l’avvenuto decesso. E pare che anche ai giorni nostri possa accadere, benché in rarissimi casi.

No, l’oggetto di questo articolo sono piuttosto i sistemi che furono messi a punto per scongiurare questa eventualità, bare di sicurezza dal cui interno il non-morto, il morto apparente poteva far sentire la propria voce, e salvarsi. Nel 1829 il dr. Johann Gottfried Taberger progettò un sistema utile ad avvisare il guardiano del cimitero. La testa, le mani e i piedi del cadavere venivano legati con lacci e corde collegati a una campana, affinché, nel caso, il malcapitato potesse farla suonare e chiamare soccorsi.

C. H. Eseinbrandt coffin

Nel 1843 al signor Christian Eisenbrandt di Baltimora fu rilasciato il brevetto per l’invenzione del coperchio di una bara caricato a molla. A differenza dei sistemi escogitati in seguito, questo sistema era efficace soltanto prima della sepoltura. Durante il funerale, per intenderci, era sufficiente un movimento della mano o della testa il presunto cadavere che si fosse risvegliato per fare scattare via il coperchio. Immagino una cosa tipo una scatola a sorpresa, con l’omino che emerge e dice a tutti: “Non sono morto”! e la conseguente morte per infarto di molti dolenti.

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Ma è chiaro che questo sistema dovesse apparire in qualche modo insufficiente. E se lo stato di morte apparente si fosse protratto per più giorni? Sai che soddisfazione far scattare il coperchio della cassa e trovarsi in un loculo buio… Ecco che allora nel 1868 a Franz Vester di Newark fu concesso un nuovo brevetto per una bara ultrasicura, progettata per funzionare dopo la sepoltura e che, in sostanza perfezionava il sistema ideato da Taberger, portando alla massima efficacia il sistema della campanella. Pare che l’espressione saved by the bell, salvato dalla campana, derivi proprio da questo complesso marchingegno.

E da quel momento in poi fu una vera e propria esplosione di brevetti, tra i quali indico: Theodore Schroeder ed Hermann Wuest – 1871; Albert Fearnaught – 1882; John Krichbaum – 1882; Charles Sieber e Frederick Borntraeger – 1885; Carl Redi, 1887; Adalbert Kwiatkowski – 1893; Franz Egerland e John Freese – 1895; M.C.H. Nicolle – 1899; Walter McKnight – 1900; Monroe Griffith – 1901; George Willems – 1908; Peter Backus – 1913; e infine Fernand Gauchard nientepopodimeno che nel 1983. A questo indirizzo potete approfondire le particolarità dei singoli progetti e anche soffermarvi sui disegni.

Se vi prendesse la paura di essere sepolti vivi, ora sapete come fare.

di Silvia Ceriani

Fonti:
Richard Van Vleck, “Signals from the Grave”, American Artifacts 45 (1999)
Death Reference Desk – Premature Burial Device Patents
Wikipedia, voci: safety coffin, tafofobia, premature burial

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