La favola nera dell’isola delle bambole impiccate

Un contadino folle e visionario. Una bambina o una ragazza morta. Un’ossessione nata per tenerne a bada lo spirito. Centinaia, forse migliaia di bambole impiccate agli alberi. E un racconto fatto di “si dice”, “sembra che”, “si racconta”. L’isola delle bambole è una splendida favola nera.

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Ph. Cindy Vasco

Spesso in rete si materializzano le storie dei luoghi più inquietanti del mondo. E spesso la mia reazione è quella di volerci andare, perché sono paurosa, e perché la paura mi attrae. Solitamente, in quella classifica la Isla de las muñecas, l’isola delle bambole, occupa sempre uno dei primi posti sul podio.

Siamo a una trentina di chilometri a sud di Città del Messico. L’isola in questione è una chinampa, un isolotto artificiale creato sul lago Texoco con originarie finalità agricole. Negli anni Quaranta, però, la sua destinazione d’uso cambiò, perché l’isola divenne il rifugio e la casa di Julian Santana Barrera, che dopo una delusione d’amore scelse l’isolamento e l’eremitaggio. Sull’isola coltivava ortaggi che vendeva al Barrio de la Asunción sulla terra ferma.

Una decina di anni più tardi Don Julian assisté a un evento che lo turbò irrimediabilmente e per sempre. Una barchetta con a bordo tre ragazze si ribaltò in acqua, e mentre due si salvarono a nuoto per la terza non ci fu scampo. Qualcuno racconta che fosse la donna che aveva spezzato il cuore di Julian, ma non è dato sapere, tanto più che siamo in presenza di una vicenda in cui i confini tra quel che è davvero accaduto e quel che si dice che sia accaduto sono estremamente labili e sfumati. Prendiamola così, come un’inquietante fiaba della buonanotte.

Il cadavere restò nell’acqua per qualche giorno, finché Julian non ricevette la visita di una sirena – così ha riferito suo nipote, Anastasio – la quale lo guidò fino all’acqua, nel posto in cui era morta la giovane. Trovandolo, e trovando poco dopo una bambola, Julian decise di fare una cosa strana… La collocò alla parete della capanna e poi fece così con un’altra, un’altra ancora e ancora un’altra. E ciò che era iniziato forse per placare uno spirito si trasformò in un’ossessione. Julian iniziò a recuperare bambole tra i rifiuti, altre le tirò fuori dall’acqua. Riempì gli alberi, le radure, moltissimi spazi della sua isoletta artificiale. Finché le bambole non divennero tantissime, nude, vestite, spettinate o pelate, senza un braccio, una gamba, la testa: Julian le accoglieva tutte, e alcune le inchiodava alle pareti della capanna o ai tronchi degli alberi, altre le impiccava.

A poco a poco, iniziò a diffondersi la notizia di quel che stava accadendo e la gente iniziò ad andare sull’isola per vedere le bambole appese. Alcuni iniziarono a portarne di nuove, impiccandole a loro volta, finché l’isola non si riempì di moltissime bambole, tutte a ricordare in qualche modo l’episodio della ragazza morta. E tutte quante senza nome, tranne Augustina, una bambola dai capelli neri e le gote rosse, la preferita di Julian.

A cinquant’anni dalla morte della ragazza anche Julian morì. Se lo sentiva, forse, perché Anastasio racconta che iniziò a fare strane cose: disegnare un grosso pesce, appuntare la parola fin su un foglio di carta, intonare la canzone Una noche serena y oscura dedicata alla sirena. Forse sentiva che il suo momento era arrivato. Lo trovarono morto d’infarto, nello stesso luogo in cui aveva trovato il cadavere della ragazza.

Quanto c’è di vero in tutto questo? Quanto è inventato. Non lo sappiamo, anche perché ormai la storia di Juan è sconfinata nella fiaba, appunto, e ne esistono molte versioni. Ad esempio, alcuni dicono che non fu lasciato dalla sua donna, ma che abbandonò moglie e figlia per trasferirsi sull’isola, e che il cadavere non era di una giovane donna ma di una bambina. Proprio come accade nelle favole – per quanto gotiche e nere – sembra che ognuno possa aggiungere il suo pezzetto e arricchire il racconto di nuovi dettagli, proprio come si possono aggiungere nuove bambole agli alberi.

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Ph. Cindy Vasco

In fondo, pare che ricostruire la verità non sembri essere importante neppure per i giornali, che raccontano e basta, proprio come sto facendo io. Veri o falsi che siano i dettagli, l’isola è visitabile e, pare, molto affollata nei fine settimana. Si trova a 28 chilometri a sud di Città del Messico e il modo migliore per raggiungerla è quello di prendere un traghetto dall’Embarcadero Cuemanco o dall’Embarcadero Fernando Celada. Il viaggio potrebbe durare anche tre-quattro ore. E potrebbe valerne la pena.

di Silvia Ceriani

Fonti:
per la versione delle tre ragazze, “Magia sull’isola delle bambole
per la versione della bambina, “Isla de las Munecas e le bambole impiccate
Ci sono moltissime altre notizie in circolazione a questo riguardo: per rendervene conto cercate su Google “isola delle bambole”, “isla de las munecas” o “island of dolls”, e perdetevi in questo mondo inquietante.

Per informazioni pratiche: isladelasmunecas.com

Le foto utilizzate nell’articolo sono per la maggior parte di Cindy Vasco, tranne il ritratto di Julian e la cover, che è di Tarzan

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