La maggior parte dei morti tace. I poeti continuano a parlare

Perché andar per tombe? Ognuno può avere motivazioni diverse. Nel caso di Cees Nooteboom si è trattato di un progetto letterario e fotografico di altissimo valore culturale. Nel corso di trent’anni di viaggi in giro per il mondo e attraverso i cieli della letteratura, ha visitato le tombe dei grandi scrittori e filosofi che lo hanno segnato, raccogliendo quello che, dietro una lapide di marmo, un monumento bizzarro, un’epigrafe toccante o l’incanto di un’atmosfera, hanno ancora da raccontare. Sì, perché i poeti continuano a parlare, e comunicano a ognuno qualcosa di personale e accompagnano diversi momenti della nostra vita, innescando con noi un dialogo intimo al di sopra dello spazio e del tempo.

Era da tempo che quel libro se ne stava parcheggiato su uno scaffale della mia libreria. A un certo punto lo avevo addirittura spostato sul comodino perché fosse lui a invitarmi, ma niente. Da gennaio a pochi giorni fa Tumbas – Tombe di poeti e pensatori, il “nuovo” libro di Cees Nooteboom, uscito per Iperborea, ha esercitato su di me una forza più respingente che attrattiva. Strano: le premesse perché lo leggessi c’erano tutte. Un libro che parla di morti e di lettura e di cui mi era stato detto che era scritto meravigliosamente dovrei divorarlo in pochi giorni, se non ore. Infatti quando l’ho iniziato è stato così.

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La tomba di Julio Cortázar, Cimitero di Montparnasse, Parigi, fotografata nel 2006. Insieme a lui è sepolta la moglie, Carol Dunlop. Quando seppero che lei stava per morire fecero un viaggio raccontato in “Gli autonauti della cosmostrada, ovvero Un viaggio atemporale Parigi-Marsiglia”.

Premetto che benché sia stato definito «una delle voci più alte nel coro degli autori contemporanei» dal New York Times io Nooteboom non lo conoscevo affatto. Questo primo approccio gli ha guadagnato una fortissima ammirazione, ma anche un senso di inferiorità mista a invidia. E le ragioni sono principalmente due: Nooteboom è un grande viaggiatore e un lettore fine e coltissimo, che sono due dei motivi per cui penso che valga la pena stare al mondo, due dei prerequisiti della vita umana in quanto tale affinché la si possa definire realmente vissuta.

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La tomba di Guillaume Apollinaire, Cimitero di Père-Lachaise, Parigi, fotografata nel 2006.

I viaggi e le letture hanno messo Nooteboom nelle condizioni di ideare e attuare un progetto raffinatissimo, portato a compimento anche grazie alle fotografie di Simone Sassen, sua moglie: quello di visitare l’ultima dimora di poeti, scrittori e pensatori con cui l’autore aveva condiviso – e continua a condividere – un tratto di strada. Alcuni li ha conosciuti direttamente, anche condividendo amicizie profonde, altri per ovvie ragioni no. Ma poco importa, in fondo, la conoscenza fisica, materiale. Come scrive Nooteboom nella parte introduttiva del libro, che è un omaggio grandissimo alla poesia e alla letteratura «La maggior parte dei morti tace. […] Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare. A volte si ripetono. Succede ogni volta che qualcuno legge o recita una poesia per la seconda o per la centesima volta. Parlano anche ai non nati, a chi non viveva ancora quando hanno scritto quel che hanno scritto». Questa seconda affermazione completa il senso della precedente: «Durante gli ultimi anni ho visitato innumerevoli tombe di poeti e di scrittori e la sensazione è sempre la stessa: si va a far visita a dei morti che si conoscono meglio della maggior parte dei vivi».

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La tomba di Robert Louis Stevenson, isola di Upolu, Samoa, fotografata nel 1987.

Così Tumbas – per il titolo Nooteboom dice di aver scelto la parola spagnola per il suo suono gioioso rispetto ai corrispettivi tumulus, tomb, tombe, graf, grafheuvel – si costruisce come un lungo pellegrinaggio sulle tombe e fra i nomi di personaggi che ringraziamo di essere esistiti, perché hanno reso il mondo un posto migliore. Ed è anche un libro bellissimo che parla di poesia e letteratura. È un viaggio molto personale, di cui non è necessario condividere tutte le scelte. A me, ad esempio, pesano più certe “assenze”, come Camus, per dirne uno, oppure un Gadda, sepolto al cimitero Acattolico di Roma come molti dei personaggi visitati da Nooteboom – Keats, Shelley, Corso. Ma personale, d’altra parte, è l’itinerario che ogni lettore compie nel corso della propria vita, e quello di Nooteboom è ricco e interessantissimo.

Include, tra gli altri, la tomba di Murasaki Shikibu – una delle poche donne incluse in questa antologia – che intorno all’anno 1000 in La storia di Genji descrisse un Giappone lontanissimo dall’idea che ne abbiamo: privo di zen, geishe sashimi, samurai, haiku ma comunque raffinatissimo e splendido nell’elaborazione dei rituali e delle etichette della vita di corte. La descrizione di Nooteboom fa una cosa meravigliosa, ti fa venire voglia di leggere altri libri, te li suggerisce, te li consiglia, come ha fatto con me descrivendo l’opera di Murasaki Shikibu: «Basta leggere e si ha ancora oggi la sensazione di camminare sul vetro di un palazzo sospeso in aria, pieno di segni nascosti, di un simbolismo segreto, di nomi allusivi, di soprannomi e di titoli. (…) Se una donna scrive intorno all’anno mille un’opera che ancora oggi mi tocca e mi commuove, questo significa che tra la scrittrice, i suoi personaggi e il lettore si produce una tensione psichica grazie alla quale il millennio che li separa cessa improvvisamente di esistere. Sono cose che hanno del miracolo». Non mancano, in questo caso, le annotazioni su una sepoltura che ci appare tra le più tristi e immeritate di tutta la raccolta, perché Murasaki Shikibu “riposa” in mezzo all’incuria, in un mondo e in un modo : «… tra i muri di una fabbrica su cui la vernice di plastica si sta scrostando… sotto un cumulo allungato di terra coperta di muschio… (…) accendo tre candele che si spengono immediatamente dietro i vetri smerigliati della fabbrica di scatole di cartone».

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La tomba di Oscar Wilde, Cimitero di Père-Lachaise, Parigi, fotografata nel 1985. Uomini e donne hanno coperto la pietra di ardenti baci al rossetto.

Non tutti gli autori sono stati sepolti con gli onori che avrebbero meritato. Le più belle, almeno per me, sono quelle “latine” che mostrano come i vivi vogliano in qualche modo intessere un rapporto con i morti. Quella di Oscar Wilde a Père-Lachaise, interamente coperta dal rossetto e dai baci di uomini e donne. Quella di Cortázar, Vallejo o Baudelaire, su cui si materializzano tributi perché «il morto potrebbe ancora avere bisogno di qualcosa. Una sigaretta e una boccetta di profumo per Baudelaire; un paio di guanti di lana lavorati a mano per il peruviano Vallejo (…). Chi è convinto dell’immortalità di un poeta ci crede davvero. Per questo a Collioure, accanto alla tomba di Antonio Machado, morto in esilio, c’è una cassetta per la posta. Naturalmente guardo dentro dalla fessura, e naturalmente ci sono lettere vere e proprie che vengono dall’altra parte dei Pirenei, da dove ancora in vita non era più potuto andare. La sua nostalgia per la Castiglia dev’essere stata inimmaginabile».

Leggete Tumbas di Cees Nooteboom. Perché è un libro che parla di passione, di vita, di amore.

 

schermata-2016-11-13-alle-15-27-16di Silvia Ceriani

Tumbas – Tombe di poeti e pensatori
di Cees Nooteboom
fotografie di Simone Sassen
Iperborea, 2015

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La tomba di Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir, Cimitero di Montparnasse, Parigi, fotografata nel 2006.

 

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