A creare non si sbaglia mai

Bao Publishing ha da poco pubblicato “Il papà di Dio” di Maicol&Mirco, e allora ci facciamo condurre per mano da Nicola Ferrero, estimatore dei loro scarabocchi, tra suicidi, morte, lutto e creazione, tra personaggi magnifici e pagine di delicatissima grazia.

Ho iniziato a leggere le storie a fumetti di Maicol&Mirco più o meno nel 2007: me lo ricordo perché mi vennero consigliati da un illustratore e grafico bravissimo (e del cui lavoro sento la mancanza) che si chiama Paper Resistance. Io apprezzavo molto il suo lavoro, c’eravamo conosciuti e, come succede di solito tra persone che scoprono di avere gusti simili, avevamo iniziato a consigliarci l’un l’altro autori, libri, fumetti, dischi e riviste. Lui mi disse di cercare e di non perdere per nulla al mondo un librino chiamato Il suicidio spiegato a mio figlio: lo feci, ed entrai così nel loro mondo, abitato da scarabocchi e figure antropomorfe e in cui il cinismo era presente a carriolate.

Come si fa di solito quando si incontra un autore che ci piace, ho comprato anche i volumi che Maico&Mirco avevano auto-prodotto prima del 2007 (Grasso e Polistirolo) ed ebbi modo di constatare la presenza costante di due elementi che mi fecero innamorare del loro lavoro: la grande intelligenza (e la loro apparente semplicità) dei testi e un amore per il politically uncorrect che mi conquistò a prima vista. Il loro sense of humor nero come la pece era molto simile al mio, probabilmente, e avevo trovato in loro qualcuno che riusciva a mettere benissimo su carta le cose che mi facevano ridere e quelle che mi facevano incazzare.

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Senza alcun dubbio la presenza della costante morte (e del suicidio, sin dai primissimi Scarabocchi, che 10 anni più tardi fecero conoscere il lavoro di Maicol&Mirco a una platea ben più ampia, grazie a un utilizzo strategico di internet e dei social media), sbattuta in faccia, usata cinicamente e quasi come uno sberleffo punk, mi affascinava tantissimo. E mi resi conto che questo tema aveva su di me un effetto profondo grazie alla lettura di un libro che ebbe un peso rilevante nella mia formazione: uno di quei pochi libri che ti tocca studiare all’Università e che avranno un impatto vero e duraturo sulla tua formazione e sulla tua crescita. Il libro in questione è Lo scambio simbolico e la morte, di Jean Baudrillard, uscito nel 1976 e pubblicato in Italia nel ’79 da Feltrinelli. Il libro è un’analisi lucida e complessa di una società in trasformazione, in cui il capitalismo classico sta segnando il passo, in cui la spettacolarizzazione della società (già intuita da Debord) sta prendendo piede e in cui la morte viene sempre più messa all’angolo e rimossa, vero e ultimo tabù dell’epoca in cui stiamo vivendo.

«Al giorno d’oggi non è normale essere morti» dice il sociologo francese e poco dopo aggiunge: «La rimozione fondamentale non è quella delle pulsioni inconsce, d’una qualche energia, d’una libido, e non è antropologica – è la rimozione della morte, ed è sociale – nel senso che è essa ad attuare la svolta verso la socializzazione repressiva della vita». Non solo la morte è negata, è tabù ed è rimossa, ma questa negazione ha anche a che fare con la repressione: di conseguenza mostrare la morte, parlarne, scherzarci su, trattarla senza pudore ha che fare con una protesta, con una non accettazione di determinate regole imposte, di una determinata etica e di una determinata estetica. In una parola, mutuando un termine che esprimeva le stesse, medesime istanze in ambito musicale, è punk (movimento che esplose, tra l’altro, proprio nell’anno in cui il libro di Baudrillard fu pubblicato).

«Soltanto certe morti, certe pratiche sfuggono a questa convertibilità; soltanto esse sono sovversive. Tra di esse il suicidio, che ha assunto nelle nostre società un’estensione e una definizione differente, fino a diventare, nel quadro della reversibilità offensiva della morte, la forma stessa della sovversione». E ancora, l’autore dice: «Con il suicidio, l’individuo giudica la società che l’ha condannato, secondo le proprie regole, invertendone le istanze». Questo punto è di fondamentale importanza, perché si suppone che l’unica, vera, radicale ribellione al sistema si possa attuare con il suicidio. È un grido disperato di un individuo che non accetta determinate regole, determinati valori, determinate imposizioni provenienti dall’alto e in maniera radicale porta al suo estremo limite la famosa frase del Bartleby di Melville: «I would prefer not to», preferirei di no.

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Ancora, si legge: «Tutta la nostra cultura è igienica: essa mira a epurare la vita dalla morte. È la morte che prendono di mira i detersivi nel più piccolo bucato. Sterilizzare la morte a ogni costo. (…) Bisogna adornare la morte, coprirla di artificialità. (…) La morte è oscena e imbarazzante. La buona creanza vieta qualsiasi riferimento alla morte».

E viene subito in mente la posizione della Chiesa verso il suicidio: inconcepibile, punito con la sepoltura in terreno non consacrato, una sorta di sfida a chi (per chi crede) ci ha dato la vita e che, quindi, deve essere anche colui che decide come e quando togliercela. Così come la rimozione stessa della morte non può non farci venire in mente i trucchi e i belletti che vengono utilizzati per preparare il cadavere all’esposizione prima della sepoltura, o della cremazione. «È più bello che da vivo» è una frase ricorrente che, a ben pensarci, è agghiacciante: il solo fatto di sembrare vivo non riporta indietro un morto, anzi. È l’estrema negazione di una perdita e, soprattutto, è la negazione che noi stessi un giorno faremo quella fine. E anche la cura maniacale dei corpi, le palestre, il salutismo estremo, le plastiche e i siliconi fanno parte di questo enorme problema di rimozione che la società occidentale odierna ha, ma il discorso si farebbe troppo lungo e non si vuole tediare oltre il lettore.

Tutti questi temi, quindi, si ritrovano nei lavori passati di Maicol&Mirco (oltre a quelli citati i tre volumi degli Scarabocchi, il Maicol&Mirco Show, Hanchi, Pinchi e Panchi e le storie comparse su Hobby Comics), ma non nell’ultimo libro che è da poco uscito peri tipi di Bao e che si chiama Il papà di dio. La storia di per sé è semplice: anche dio ha un papà (che a sua volta ha un fratello, lo zio di dio) e come ogni rapporto tra padre e figlio che si rispetti è conflittuale. Il libro, che può assolutamente iscriversi nella grande tradizione del Bildungsroman, il romanzo di formazione, narra di questo scontro generazionale e della crescita del personaggio, del suo trovare un posto nel mondo (anche se non nel nostro mondo, essendo il protagonista un dio) e della sua presa di coscienza dei sentimenti che lo legano al padre (e che legano il padre a lui). I personaggi sono pochi (i tre summenzionati, Satana – che è un po’ la coscienza di dio, buona e cattiva – e un vicino di casa del papà di dio, che funge da coro, sul modello greco classico, ma anche da primus movens, colui grazie al quale la narrazione può iniziare) e l’equilibrio narrativo raggiunto da Maicol&Mirco è pressoché perfetto.

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Lunghi piani sequenza (il libro è di ben 960 pagine e l’autore si è potuto concedere ampio respiro dal punto di vista del disegno e del ritmo), dialoghi ricchi, battute esilaranti e una grazia innata che fa percepire al lettore (o almeno, questo è quello che io ho percepito) quanto intima, privata e sentita sia questa storia per l’autore. Parlandone con lui, ho avuto modo di dirgli come a volte mi fossi sentito quasi un voyeur, qualcuno che spiava dal buco della serratura e che entrava in contatto con storie e sentimenti del tutto privati. E questa grazia, questa intimità è accentuata in maniera radicale dall’assenza della morte (e certo: sono dèi) ma, per la prima volta nella poetica di Maicol&Mirco, dalla presenza del lutto. Sì, perché se nei fumetti degli esordi la morte è sbattuta in faccia in una maniera spietata e cinica (e che ricorda Cioran, spesso e volentieri) ed è talmente palese, quasi sovraesposta, da non essere più la vera morte, ma un simulacro di essa, una metafora per parlare d’altro, un specchio in cui riflettere la società che ci circonda, qui il lutto (o forse è meglio dire la perdita) di qualcosa o qualcuno è presente e agisce come leva per un cambiamento. Per la prima volta la morte è assente ma mai è stata così presente in un lavoro di Maicol&Mirco: forse è una reale elaborazione di un lutto di alcuni anni fa; forse ci solo voluti davvero 40 anni, come ha detto l’autore stesso, per riuscire a fare un libro così semplice e così profondo. L’altro grande protagonista del racconto, oltre alla perdita, è la creazione. Non la creatività, attenzione, ché di questi tempi in cui tutti devono essere creativi il termine rischia di essere frainteso: la creazione non richiede necessariamente creatività.

“Creare” è, in questa accezione, più vicino a “fare”. Certo, la creazione artistica, ma anche fare cose molto più semplici: un orto, una palizzata, dare il bianco a una stanza, un disegno, un lavoro ben fatto… «A creare qualcosa non si sbaglia mai» dice lo zio di dio a suo fratello ed è proprio qui il punto: per quanto un progetto possa essere sbagliato, storto, pieno di errori, l’atto stesso della creazione (e tutto ciò che lo precede e che lo segue) ha una sua valenza intrinseca enorme. Che poi l’assenza (o l’interiorizzazione della stessa) abbia un peso fondamentale per una creazione veramente libera è un tema complesso che ci porterebbe troppo vicino al finale del libro e non vogliamo minimamente rovinarvi il piacere della lettura.

Il papà di dio è un fumetto che dovrebbero leggere tutti: padri, figli, zii e vicini.
Satana l’ha già letto, perché lui adora i fumetti.

di Nicola Ferrero

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Il papà di Dio
Bao Publishin, 2016

Maicol e Mirco ci raccontano i misteri dell’esistenza in un volume di quasi mille pagine, stampato in rosso e nero, cartonato, con dettagli in lamina metallica. Un breviario dell’esistenza che affronta con delicatezza filosofica alcuni dei più grandi dilemmi dell’umanità e della divinità. La verità non è mai stata così tascabile!

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