Letture: Passeggiate nei prati dell’eternità

Fino a un po’ di anni fa quasi non se ne parlava, come se farlo portasse sfortuna. Come se i cimiteri, tutto quel che contengono e l’accadimento a cui rimandano fossero diventati una sorta di tabù, un luogo da relegare nella sfera dell’oltre, addirittura una nuova categoria dell’osceno da rimuovere, una nuova forma di pornografia.

Eppure, da qualche anno a questa parte, pare aleggiare una nuova sensibilità, che lascia le proprie tracce fra le pagine dei giornali o nei libri – a volte addirittura influenzandone il titolo o l’immagine di copertina. Lo scorso 29 di maggio, ad esempio, la rubrica “società” de La Stampa era dedicata a una forma particolare di turismo, che molti non esiterebbero a definire eccentrica, forse addirittura morbosa: Gian Paolo Ormezzano parlava infatti di un “turismo funebre” che si esprime camminando fra le tombe dei cimiteri, ed evidenziava un trend in crescita in tutti i continenti.

D’altra parte, pare che Sartre avesse rivelato a un notaio toscano che per conoscere una città bisogna visitarne i mercati e i cimiteri, mentre dal canto suo lo storico francese Viollet-le-Duc sosteneva che con l’aiuto delle tombe si potesse fare la storia dell’umanità. E, quando si inizia a passeggiare, non si può far altro che dar loro ragione: perché i cimiteri sono capaci di svelare cose che non stanno sui libri; parlano di chi quella città la ispirata, l’ha vissuta, l’ha fatta grande o piccola; sono una lezione a cielo aperto di storia dell’arte, del costume, della storia in sé. Prendiamo il caso del cimitero di Eyup, a Istanbul, che si arrampica lungo i pendii di una collina il cui nome è indissolubilmente legato a quello di Pierre Loti, che proprio lì in cima amava contemplare la luce dei tramonti sul Corno d’Oro. Sulle lapidi e sui cippi, gli svolazzi della scrittura araba cedono il passo, a un certo punto, all’alfabeto latino, come fossero una testimonianza incisa su pietra delle riforme di stampo occidentalista promosse negli anni Venti del secolo scorso da Mustafa Kemal Atatürk.
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Passeggiate nei prati dell’eternità è un libro colto e ben scritto, che si inserisce in un progetto più ampio, comprendente anche la serie tv Extraterreni trasmessa dai RaiSat Extra e installazioni artistiche realizzate in diversi contesti. Del cambiamento di sensibilità di cui si è parlato all’inizio, il nuovo lavoro dell’autrice Valeria Paniccia è probabilmente l’attestazione migliore, senz’altro la più recente. Santa Maria del Pianto a Napoli, il Monumentale di Milano, l’Acattolico di Roma, Père-Lachaise a Parigi e altri ancora… Il lettore si troverà coinvolto in tanti viaggi accompagnati da «virgili» illustri tra cui Toni Servillo, Margherita Hack, Giorgio Albertazzi e farà incontri fortuiti e preziosi come con Cesarina Vighy, bibliotecaria veneziana appassionata di cimiteri che, poco prima di morire, a 73 anni ha scritto il suo primo romanzo, uno struggente inno alla vita intitolato L’ultima estate.

Ogni passeggiata nei «prati dell’eternità» (la definizione è presa a prestito da Fernanda Pivano) alterna molti registri: il dialogo, la ricerca d’archivio, la narrazione, il giornalismo, la poesia, presente nelle molte citazioni catturate dall’autrice… E per questo si ha voglia di seguirla facendosi accompagnare per mano. Per leggere di angeli bellissimi e degli scultori che li hanno realizzati; per immaginare le giovani donne abbandonate in pose di «erotico abbandono» che stanno a indicare come, a un certo punto, sul finire dell’Ottocento, nei cimiteri si sia affermata e messa in scena «una nuova concezione del trapasso», «un’idea non violenta, non drammatica, ma inattesa e pacificata della morte»; per scoprire o riscoprire tanti personaggi illustri e le loro vicende pubbliche e private; per vedere come l’arte funeraria esprima il gusto di epoche diverse e di diverse classi sociali. È questa la lettura che il “virgilio” Oreste de Fornari dà dell’immenso cimitero di Staglieno, mostrando come qui la società genovese ostenti i valori in cui crede e come questa ostentazione muti col mutare dei valori. «Più ci si avvicina al Novecento e più si perdono le certezze e più la rappresentazione della morte, nelle statue e dei monumenti, diventa simbolica. E dunque meno realistica».

Ogni passeggiata, infine, dà modo di riflettere su quel che Zigmut Bauman definisce il «grande rimosso della nostra società», l’idea della morte. E lo si farà a volte in modo profondo e illuminato, su invito di Massimo Cacciari secondo cui, per vivere, alla morte bisogna pensarci, ma senza rassegnazione, «per venire con la morte ai ferri corti»; a volte quasi sorridendo, come quando Pupi Avati racconta della zia Amabile, che per almeno trent’anni ha fatto la vestitrice di morti a Sasso Marconi e che, ai vivi, era solita chiedere se «la scatola» contenente gli abiti buoni, per affrontare l’ultimo viaggio, fosse sempre al suo posto…

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Con un piglio diverso, ma anch’egli incline alla narrazione preziosa, attenta al dettaglio, Giuseppe Marcenaro racconta in Cimiteri le molte vicende di uomini e donne illustri e non, partendo dalle loro estreme dimore. A volte, però, delle necropoli l’autore si serve semplicemente per raccontare le storie dei vivi. È il caso di Qaytabay, la più grande Città dei Morti del mondo e, al contempo, un luogo vivissimo che, nella congestione di uomini e traffico del Cairo, è diventato rifugio, camera da letto e cucina per 300.000 persone, in un autentico esodo che ha indotto lo Stato ad asfaltare le strade, fornire l’elettricità, aprire scuole nelle antiche tombe. Nel caso di Qaytabay – è evidente – non c’è superstizione che regga: «I viventi della Città dei Morti si trovano in perfetta comunione con il luogo», che è diventato il centro di tutte le azioni quotidiane.

Ma, forse, immaginare un cimitero così caotico, dove si mangia mentre si assiste a una sepoltura può essere un po’ destabilizzante. Meglio, forse, rifugiarsi nella quiete decadente di Highgate, di cui Marcenaro si serve per riferire le tormentose e misere vicende della famiglia Marx. O meglio, anche, sfogliare uno degli albi della collana “Illustrati” per ritrovare quella medesima quiete e vedere come, a volte, i cimiteri possano essere anche ispirazione di poesia e di delicata bellezza. Perché è questa, in fondo, l’immagine che ne danno Matteo Gubellini in Nel cimitero o le tavole di Loredana Fulgori nell’albo Aeterna, che ritraggono figure oniriche o esaltano l’eleganza di un alto cipresso e il rosso vivido di un acero in pieno autunno.

Sembrerebbe davvero che questa nuova sensibilità stia trovando più canali d’espressione, siano essi una guida colta e raffinata o un albo disegnato, pensato per i lettori di tutte le età.

di Silvia Ceriani

Questo articolo è pubblicato sul numero di novembre dell’Indice dei libri del mese. Nei prossimi giorni pubblicheremo anche l’intervista con Valeria Paniccia, uscita anch’essa sull’Indice.

Bibliografia
Passeggiate nei prati dell’eternità
Valeria Paniccia
Mursia 2013
310 pagine, 18 euro

Cimiteri – Storie di rimpianti e di follie
Giuseppe Marcenaro
Bruno Mondadori Editore 2008
240 pagine, 18 euro

Aeterna
Cecilia Giulia Resio (testi)
Loredana Fulgori (illustrazioni)
Logos Edizioni 2013
48 pagine, 15 euro

Nel cimitero
Matteo Gubellini
Logos edizioni 2011
30 pagine, 12 euro

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